lunedì 16 novembre 2015

Gli attentati di Parigi e la Fallaci «Scusaci Oriana, avevi ragione» Il risarcimento postumo è online

S u Twitter, su Facebook, sui social network, dopo l’apocalisse di Parigi è tutto uno «scusaci Oriana». Anzi, tutto no. La parte opposta se la prende aspramente, rancorosamente, con «il delirio della Fallaci», con «l’odio fallaciano». Uno ha scritto, come in una disputa teologica, contro il «fallacianesimo». Ma insomma, da una parte e dall’altra fioriscono le citazioni di Oriana Fallaci. Si vede nel massacro di Parigi il frutto della «profezia di Oriana». Si citano brani interi de La rabbia e l’orgoglio, un libro che ha venduto un numero incalcolabile di copie, che ha intercettato un umore popolare, che ha dato voce a un sentimento diffuso. E oggi, dopo anni di dimenticanza e di marginalizzazione, lo «scusaci Oriana» sembra essere la ricompensa postuma, il risarcimento per una sordità, quasi a considerare Oriana Fallaci come una intrattabile estremista. Mentre ora si vede che le sue diagnosi non erano poi così insensate.



Un passo della Fallaci molto citato: «Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione». «Brava Oriana», «Scusaci Oriana», «Non ti hanno voluto ascoltare Oriana», si batte e si ribatte sui social network. E giù anche con gli improperi di Oriana Fallaci sull’Italia molle e arrendevole, «l’avamposto che si chiama Italia» come lo definiva beffardamente lei: «avamposto comodo strategicamente perché offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà». E sulla «coglioneria» s’alza la standing ovation dei fallaciani dell’ultimissima ora, o forse della prima perché compravano avidamente i suoi libri ma non avevano il palcoscenico di Internet sul quale esibirsi. E la profezia della Fallaci che viene rilanciata, e poi contestata, e poi brandita come un’arma della guerra culturale, e poi vituperata, e poi sventolata come una bandiera: «Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi».

E poi, la previsione più precisa, geograficamente circostanziata, in perfetta connessione con l’orrore che ha scosso la Francia: «Parigi è persa, qui l’odio per gli infedeli è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia». La Francia che non ha mai amato Oriana Fallaci. E bisognerebbe anche ricordare che in Francia la Fallaci, assieme a Michel Houellebecq molto prima che uscisse Sottomissione, fu messa sul banco degli accusati con l’imputazione, che assomiglia a una scomunica ideologica, di «islamofobia»: un’impostura intellettuale che diventa reato e che in Francia, nella Parigi che ieri è stata sconvolta dalla follia fanatica dei combattenti jihadisti, è diventata un’arma di ricatto per tacitare la «parola contraria», come direbbe Erri De Luca in un contesto peraltro completamente diverso. La Fallaci del dopo 11 settembre ha sempre diviso l’opinione pubblica: l’hanno amata e l’hanno odiata, hanno comprato milioni di suoi libri e l’hanno bollata come fanatica al contrario, come guerrafondaia scatenata, come una pericolosa incendiaria quando descriveva Firenze assediata e violentata dagli immigrati che orinavano sul sagrato del Duomo, con un’immagine aspra, violenta. Senza che nessuno si chiedesse: aspra ma vera? Violenta ma corrispondente alla realtà? Oggi, dopo il massacro di Parigi, quelle domande tornano di attualità e vengono assorbite e fagocitate da quel grande mostro onnivoro che è il mondo dei social network. «Scusaci Oriana» su Twitter. Neanche una «profezia» della Fallaci poteva arrivare a tanto.

Vive la france


Bastardi ISLAMICI !!


venerdì 13 novembre 2015

Prezzo del latte, Salvini attacca Serracchiani: «Non capisce una fava»



«La Serracchiani non capisce una fava. Qui con le quote latte non c’entra nulla ma si parla del prezzo del latte:avvisatela così evita di fare figure di m...». Così il segretario della Lega Matteo Salvini , durante un presidio degli allevatori Copagri a Milano. Il vicesegretario del Pd Debora Serracchiani aveva detto: «La Lega più che marciare su Roma dovrebbe marciare a Via Bellerio, gli allevatori ancora oggi pagano le loro bugie sulle quote latte»



Matteo Salvini apre una confezione di latte e la beve pubblicamente, a favore di telecamere e passanti, per dire che lui consuma «solo latte italiano» mentre «le altre schifezze se le bevano gli altri». In piazza Cordusio, a Milano, il segretario della Lega è arrivato venerdì alle 13 per sostenere ancora una volta gli allevatori nella loro battaglia per un «prezzo del latte onesto». «Il governo dorme - ha attaccato Salvini -, i produttori agricoli chiudono perché lavorano sotto costo, sono schiavi delle multinazionali e dei supermercati. Qui ci vuole un po’ di orgoglio nazionale: bisogna andare a Bruxelles, da chi impone prezzi folli, a dire che è impossibile dare 35 centesimi al litro a chi munge la vacca e poi vendere a 1,5 euro latte nei supermercati che nella maggior parte dei casi arriva dall’estero».

«Comprate solo latte italiano»
Tra gli allevatori, Salvini ha lanciato un appello anche ai consumatori «perché controllino e verifichino, comprino e consumino solo made in Italy per aiutare la nostra gente che altrimenti chiude e licenzia». Dalla piazza dunque il leader del Caroccio è tornato a puntare il dito contro Palazzo Chigi, reo di «far finta di nulla. Dico a Renzi: se ci sei batti un colpo - ha detto Salvini - perché se l’Italia chiude Expo per nutrire il pianeta e poi chiude le sue stalle, il pianeta non penso che lo nutri con le alghe con gli insetti o con gli scarafaggi come vuole l’Europa. Noi siamo qua per dare una mano - ha concluso - siamo disposti a tutto anche ad andare a Roma a piedi o sul trattore per difendere non solo il latte, ma l’olio, la carne, le arance, il meglio del made in Italy».

Un solo nome per il centrodestra
Interpellato poi sulle prossime comunali, Salvini ha lasciato intendere che il centrodestra è vicino a identificare il proprio candidato sindaco di Milano. «Non ci sarà il toto-nome». «A breve uscirà il nome - ha detto - ci sono due o tre nomi validi, ne uscirà uno presto». Quanto alla composizione della rosa, Salvini ha chiarito che è aperta a extra-politici: «Non bisogna essere necessariamente politici o parlamentari».

L’ebreo accoltellato
Non potevano mancare le domande sul caso dell’ebreo accoltellato. «Bisogna verificare qualsiasi organizzazione islamica, riconosciuta o no, perché c’è tanta gente perbene ma anche chi perbene non è», ha detto Salvini, convinto che oggi gli «obiettivi sensibili sono 1,2 milioni di cittadini milanesi». Salvini ha collegato l’aggressione all’ immigrazione e al fondamentalismo islamico. «Quando dicevamo che con gli sbarchi rischiavamo di avere terroristi in casa - ha detto il segretario del Carroccio - ci prendevano per matti. Non vorrei che l’intifada dei coltelli fosse oggi a Lorenteggio. Bisogna controllare partenze e arrivi». Secondo Salvini non basta rafforzare la sicurezza solo per gli obiettivi sensibili della città, poiché «a questo punto i punti sensibili sono 1,2 milioni di cittadini milanesi». Di diverso parere il copresidente della Comunità ebraica di Milano, Milo Hasbani, intervenuto a Effetto Giorno, su Radio 24. «Noi speriamo che sia un episodio isolato, certamente fatto contro un ebreo della nostra comunità, ma non è riconducibile a quello che sta succedendo, all’Intifada dei coltelli. Non abbiamo nessun elemento che lo possa confermare. Non si è sentito niente, non è stato rivendicato, la persona non ha detto niente in arabo come viene fatto di solito. Non c’è alcun tipo di segnale che possa essere collegato».


Intervista a Roberto Cota



Cota, Cota, Cota… Mi ricordo mutande verdi?
«Non me ne parli, è stata un’umiliazione, figlia di un mondo senza senso. Ma sono positivo, guardo avanti e provo a dire che anche questa cosa mi è servita. Mi ha insegnato cos'è la sofferenza. Ho sofferto come un cane, ed è ancora così».

Le ha ancora?
«Non si metta anche lei a fare del voyeurismo. C’è ancora un processo in corso, ho chiesto io il rito immediato. 
Comunque erano pantaloncini, dissero che erano mutande per puro dileggio e il verde e la Lega non c’entrano niente».

È tranquillo? 
«In tre anni è stata utilizzata una somma minima per spese legate all’attività politica, anche dei miei collaboratori. Sono il prototipo del politico morigerato e anti-casta, un antesignano dei grillini. Per questo mi rode».

È stata una stupidaggine?
«No, un errore umano, come ha testimoniato chi di dovere al processo. Ero a Boston a un corso intensivo di inglese, ho offerto un pranzo al professore che mi aveva portato a visitare il Mit e siccome il ristorante era in un centro commerciale, nelle spese ci sono finiti dentro anche i pantaloncini. Io consegnavo gli scontrini al gruppo consiliare ai miei collaboratori chiedendo loro di fare una cernita, quei 40 dollari non sono stati spuntati per sbaglio, senza che io ne sapessi nulla».

Almeno l'ha imparato l'inglese?
«Faccio ancora fatica. Conto su mia figlia Elisabetta, che ha sette anni. Oggi a scuola l'inglese lo insegnano da subito e bene. Lo imparerò da lei».

Le ha mai comprato un vestitino verde Padania, tipo i famosi pantaloncini?
«Come ho già detto questa storia è un’ignobile strumentalizzazione, comunque tengo la mia famiglia ben lontana dalla politica, per preservare me e loro.

Un viaggio fallimentare, a Boston…
«Che mi sono pagato di tasca mia, mentre come fanno molti politici avrei potuto metterlo in conto alla Regione come aggiornamento. Comunque, ho restituito tutti i soldi che mi erano stati dati a titolo di rimborso spese. Anzi, di più: ho dato indietro 32mila euro».

E perché, se non ha fatto nulla di male?
«Per mettere una pietra tombale su tutto e ripartire. Non ho fatto politica per arricchirmi ma perché sono un idealista. Comunque questa storia ha avuto conseguenze ben più pesanti».

In che senso?
«È servita per farmi cadere da presidente della Regione, quello era un finto scandalo, Repubblica lo pompò per spingere il ricorso della Bresso e tornare alle urne avendomi messo preventivamente fuori gioco. Una vicenda emblematica dello scippo di democrazia che ormai si consuma ai danni dell'elettorato italiano».

Possiamo ripercorrerla?
«Ho vinto di 9000 voti ma avevo 150mila preferenze personali in più dei voti di lista. La Bresso ha presentato nove ricorsi. È stato subito accertato che non c'erano brogli, allora la sinistra si appellò all'autenticazione irregolare di alcune firme di una delle 18 liste collegate che mi sostenevano, persone che avevano ottenuto 4-5 preferenze». Assurdo».

Anche la Bresso aveva problemi di firme?
«Certo, ma io avevo vinto e non ho fatto ricorsi; non andavo in giro a cercare firme irregolari, governavo. Invece la sinistra, piena di scheletri nell'armadio, contestava l'autenticità di firme che non potevo controllare. Ma perché Chiamparino? Le sue firme sono addirittura false, ma troveranno il modo di farlo arrivare fino a fine mandato».

Come mai non è riuscito a difendersi?
«È stato un uno-due massacrante, studiato a tavolino. Ero frastornato. Dovevo aspettarmelo, la sinistra non ha mai accettato di perdere una Regione così importante per mano di un leghista. In campagna elettorale mi sputavano per strada, ho subito gravi intimidazioni».

In strada ora la fischiano o le stringono la mano?
«Mi incoraggiano. Avrei tante storie da raccontare, commoventi. La gente semplice è in grado di darti più forza del lacché interessato, che ti abbandona quando non gli servi più. Ho imparato anche questo e non lo scorderò più».

Ma allora sta con Marino, che dice di essere un eletto cacciato da un non eletto?
«La sua posizione non è sbagliata, ma credo che sia un bene per tutti che non governi più Roma».

Renzi si troverebbe meglio con lei che con Chiamparino, viste le polemiche sulla Finanziaria?
«Chiamparino è un grande attore. In pubblico dissente ma fa un gioco funzionale al premier».

A chi dei due dà ragione?
«Facile: a nessuno dei due. Renzi non capisce che i tagli che impone mettono a rischio il diritto delle persone a curarsi. Chiamparino si lamenta, ma non ha mai fatto nulla per migliorare la situazione».

A conti fatti le conveniva restare capogruppo alla Camera…
«Mi conveniva e mi piaceva. Ma Bossi già nel 2000 mi profetizzò che sarei diventato governatore. Comunque, sono stato più bravo come governatore che come capogruppo».

A cosa rinuncerebbe per tornarci?
«La politica è sempre stata la mia vita, questo è innegabile. Però non dipende da me, credo nella Lega e farò quello che mi chiederanno di fare».

Si ritiene vittima di un complotto politca-stampa-magistratura?
«Guardo avanti e ci tengo a non sembrare paranoico ma c'è stata molta pressione su di me. non ho niente contro i giudici, ne ho sposato uno. Anche se non aveva ancora la toga, era la relatrice della mia tesi di laurea».

Come scoccò la scintilla? 
«Mi fece un cazziatone e io le mandai una pianta con un biglietto: "All'assistente più simpatica". Ci impiegai sei anni a fidanzarmi».

Cosa fa da quanto non è più governatore?
«Non ho voluto strapuntini né incarichi pagati. Faccio il militante e lavoro per scegliere il mio successore alla segretaria del Piemonte. Mi mantengo facendo l'avvocato penalista, in studio con mio padre e un collega, che ha 80 anni e non molla. Voleva ritirarsi, poi io sono tornato e ha ripreso a mille».

Non un padano doc, i suoi nemici dicono che Cota è un cognome albanese…
«È di San Severo, provincia di Foggia. Vive a Novara da 60 anni e ha sposato una piemontese doc. Del meridionale gli resta poco, è più guardingo e riservato di un novarese di nona generazione. Però non vedo cosa ci sia di male, anzi».

Test di piemontesità: Toro o Juve?
«Io tifo Novara ma fra i due dico Toro».

Perché è contro il potere?
«Perché ce l'ha più dura, e chi è piemontese sa cosa voglio dire».

Come è riuscito a entrare nel cuore di Bossi? 
«Quando mi candidai sindaco a Novara ottenni un buon risultato. Poco dopo mi chiamò perché ero avvocato, chiedendomi di occuparmi di alcune querele. E su un foglio bianco mi tracciò tutto l'organigramma futuro del partito. Quando cacciò Comino nel '99, mi fece segretario nazionale del Piemonte. E lo sono ancora, anche se per poco».

Un rapporto esclusivo? 
«Un rapporto di fiducia, che si è rinsaldato con la malattia. Dicono che ero del Cerchio Magico, ma non è vero. Prima, mi chiamava nel cuore della notte per spiegarmi cosa dovevo fare: due ore al telefono e la mattina dopo in udienza. Poi mi ritelefonava per dirmi che non avevo capito niente. Ho risolto con un block notes sul comodino e tre caffè prima di andare in tribunale».

La litigata più pesante?
«Nel 2009, io insistevo per un presidente di Provincia leghista, lui mi ignorava. Io non mollavo, inzigavo; alla fine mi disse a brutto muso di non rompere i c…. Aveva fatto un accordo e non voleva dirmelo».

La Lega lo sta trattando male?
«È in Parlamento, è presidente. Certo, ogni tanto le spara anche a Salvini, ma penso che il ruolo di battitore libero gli stia benone».

Ma Bossi ha sbagliato?
«Con la candidatura del figlio di sicuro, l'ha anche ammesso, però allora non ho sentito dirigenti lamentarsi. Per il resto, dobbiamo considerare quello che ha avuto. Ha già fatto un miracolo. Di certo comunque non ha rubato, è disinteressato al denaro».

Bossi era un dittatore ma aveva tanti colonnelli, Salvini non lo è ma ha egemonizzato la Lega.
«Salvini è un grande front man. Ora deve lavorare alla squadra, e lo sta facendo».

Salvini non è sempre elegantissimo, tra felpe e certi gessati… 
«E questo che importanza ha? Una persona normale non va dal sarto tutti i giorni».

Che c'azzeccate con la Meloni?
«Quel poco che basta per un accordo elettorale che tenga».

E con Berlusconi come finisce?
«Bene, come sempre. L'intesa è una strada obbligata».

Si parla di Zaia premier...
«È un grande governatore della Lega ma non vedo perché il premier non lo debba fare Salvini, come peraltro dice anche Zaia».

Lei ha più il phisyque du role del forzista, mai pensato al salto?
«Non potrei immaginarmi fuori dala Lega. Sono moderato nella forma ma nel cuore sono una camisa verda. Voto Lega dal 1987, sono il più vecchio della generazione di chi ha sempre votato Lega. Ho iniziato nel sottoscala del bar di Otello, ai tempi di fatto la sezione cittadina della Lega, ci riunivamo in 4-5».

Meglio Maroni o Buonanno?
«Come stile chiunque direbbe che mi è è più vicino Maroni ma Buonanno nella Lega è merito mio. Aveva un suo movimento locale, l'ho corteggiato dieci anni. Gli dicevo: «Guarda che dentro sei un leghista». Quando l'ho convinto ho sollevato mal di pancia interni, perché era troppo bravo. È un sindaco efficiente . E di quelli che non ti accoltellano».

Meglio Renzi o i rottamati?
«Comunista non lo sono mai stato. Però preferisco un comunistone vecchio stampo, che crede fermamente alle sue idee sbagliate piuttosto che questa melassa renziana. Meglio la schiettezza e gli ideali alla falsità e all'opportunismo imperanti. I comunisti mi fanno sorridere, i renziani mi inquietano».

martedì 10 novembre 2015

Salvini e gli attivisti scarcerati: «La “giustizia” italiana mi fa schifo»Salvini e gli attivisti scarcerati: «La “giustizia” italiana mi fa schifo»

Il leader leghista: «Sono già liberi i due “bravi ragazzi” dei centri sociali arrestati per resistenza e lesioni contro polizia e carabinieri. Più di 5 anni di galera al povero Ermes Mattielli, che si era difeso dai ladri, e neanche 12 ore a chi picchia un poliziotto»


Non usa mezzi termini. «La “giustizia” italiana mi fa schifo». Così il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha dato sfogo su Facebook a tutto il suo disappunto per la scarcerazione degli attivisti dei centri sociali fermati domenica nel corso delle manifestazioni di protesta organizzate a Bologna contro il palco del centro destra.



La protesta
«Sono già liberi i due “bravi ragazzi” dei centri sociali arrestati domenica a Bologna per resistenza e lesioni contro polizia e carabinieri - ha scritto Salvini -. Più di 5 anni di galera al povero Ermes Mattielli, che si era difeso dai ladri, e neanche 12 ore a chi picchia un poliziotto. La “giustizia” italiana mi fa schifo».

Il riferimento del segretario della Lega è al commerciante veneto che si era ribellato ai ladri, deceduto a seguito di un infarto lo scorso 5 novembre.

lunedì 9 novembre 2015

Lo Stato paga i debiti dei Ds

Tocca ai contribuenti ripianare parte dei debiti colossali dei Ds: lo Stato ha versato 107 milioni di euro nelle casse delle banche creditrici del partito. Ma non è finita: da saldare mancano altri 18 milioni di euro

Lo Stato ha versato 107 milioni di euro nelle casse delle banche creditrici dei Ds.


ome denuncia Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, è toccato ai contribuenti ripianare parte dei debiti colossali del partito. Da saldare alla Sga, società nata dieci anni fa per recuperare i crediti dal crac del Banco di Napoli, mancano altri 18 milioni di euro.
I 107 milioni di euro pubblici sono stati parcheggiati nelle casse delle banche creditrici dei Ds con "riserva". Sul malloppo pende ancora il giudizio di appello. Una legge del 1998 estende la garanzia dello Stato già vigente sui debiti degli organi di partito ai debiti del partito che si faceva carico dell’esposizione del proprio giornale con le banche. "Sembrava una norma scritta su misura per il quotidiano diessino l’Unità - denuncia Rizzo sul Corriere della Sera - tanta generosità era tuttavia condivisa con tutti gli italiani che pagano le tasse. Visto che il partito si accollava i debiti del giornale insieme alla garanzia statale trasferita per legge dal giornale al partito. Che se non avesse pagato lui, avremmo pagato noi". E, nonostamte il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti abbia abbattuto gran parte dei 450 milioni di euro di debiti, adesso gli italiani si trovano a dover mettere mano al portafogli. Nonostante fosse stata approvata pure una legge che consentiva il pagamento dei contributi pubblicianche nel caso di scioglimento anticipato della legislatura (come avvenne nel 2008, quando i Ds partorirono il Pd), sul groppone dello Stato sono rimasti appunto 125 milioni di euro.
Il Pd non ha raccolto l'eredità economica dei Ds e della Margherita, che per tre anni hanno continuato a intascare i fondi statali. "La separazione dei destini economici consentì ai Ds con l’abile regia di Sposetti di blindare il patrimonio immobiliare dell’ex Partito comunista in una cinquantina di fondazioni indipendenti dal partito centrale perché emanazione delle federazioni provinciali - denuncia Rizzo - ovvero, soggetti giuridici autonomi". Non avendo più immobili da pignorare, le banche hanno chiesto allo Stato di sborsare i 125 milioni di euro. "Il debitore è morto - diceva Sposetti, attualmente senatore del Pd e presidente della Fondazione Ds, ai microfoni di Report - se il debitore muore, che succede? Ci sono le norme e in questo caso un magistrato civile ha detto 'guarda, signor Stato, che devi pagare tu…'". Ovvero i contribuenti.

Salvini, la squadra di governo:

Matteo Salvini lo ripete da tempo che lui è pronto a governare. E' pronto a mandare via Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Ma chi entrerebbe nella sua squadra? Affaritaliani.it ha cercato di capire quali sarebbero i nomi del suo governo. Secondo il sito la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio andrebbe a Giancarlo Giorgetti, l'uomo di cui Salvini si fida di più, la grande "mente" della Lega. Silvio Berlusconi andrebbe agli Esteri. In Via XX Settembre, alla guida del ministero dell'Economia, andrebbe l'economista no-euro Alberto Bagnai. Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega, andrebbe allo Sviluppo Economico. Ma questa poltrona potrebbe accogliere anche Armando Siri, padre della flat tax italiana al 15% e consigliere economico di Salvini.
Giorgia Meloni andrebbe al ministero dell'Interno. Alla Difesa Tony Iwobi, italo-nigeriano e responsabile immigrazione e sicurezza della Lega. Un altro leghista, Gian Marco Centinaio ai Beni Culturali. A Fratelli d'Italia anche il ministero delle Politiche Ue  con il preparatissimo Carlo Fidanza, ex europarlamentare. Per quanto riguarda Forza Italia, Maria Stella Gelmini potrebbe tornare all'Istruzione, Silvia Sardone alle politiche giovanili e allo Sport. Nella squadra di governo ipotizzata da Affaritaliani.it, il welfare andrebbe al leghista Massimiliano Fedriga, attuale capogruppo alla Camera della Lega. Per la presidenza di Montecitorio, il nome che spunta è quello di Roberto Calderoli

venerdì 6 novembre 2015

Tutti a Bologna - 8 Novembre


Cassano come Scampia, preso il boss



Cassano D'Adda (Milano), 5 novembre 2015 - Viveva in Martesana da anni ma per lui, nato a Torre Annunziata (Na), Cassano era una piccola Scampia. Rapine, spaccio e ricettazione le sue occupazioni giornaliere. Fino a poche ore fa, quando i carabinieri di Cassano l'hanno arrestatodietro ordine di carcerazione del Tribunale di Milano. A San Vittore il 43enne, autentico boss del paese, resterà fino al 2023 (8 anni e 5 mesi) per effetto del cumulo di pene rimediate nel corso di una lunga carriera criminale.


Commenti: Grazie all forze dell'ordine, ma la domanda e' perche' tutti i criminali scelgono Cassano? Forse dobbiamo dire grazie al Sindaco ed alla sua maggioranza!!