Il Blog ufficiale della Lega Nord di Cassano d'Adda, dedicato a conoscere le tue opinioni. Abbiamo deciso di farti sapere quello che stiamo facendo, ma soprattutto di ascoltare la tua voce, oltre che nelle strade e nelle piazze anche da qui.
lunedì 13 aprile 2015
venerdì 10 aprile 2015
Salvini contro i campi rom: «Li raderei tutti al suolo»Salvini contro i campi rom: «Li raderei tutti al suolo»
Le leader della Lega nella giornata internazionale del popolo rom: «Preavviso di sfratto di sei mesi, poi la ruspa». Boldrini: «Parole inquietanti, solo propaganda»
«Cosa farei io al posto di Alfano e Renzi? Con un preavviso di sfratto di sei mesi, raderei al suolo i campi Rom». Così Matteo Salvini mercoledì a Mattino 5 nella giornata internazionale dedicata al popolo rom, stabilita nel 1971 anche per non dimenticare il genocidio dei rom nei lager nazifascisti . «Do un preavviso di sfratto di sei mesi - ha insistito il segretario federale della Lega Nord - e preannuncio la ruspa. Nel frattempo i Rom, come tutti gli altri cittadini, si organizzano: comprano o affittano casa». Le parole del leader della Lega non rimangono senza commenti. Dura la replica della presidente della Camera, Laura Boldrini che dice: «Parole inquietanti di sola propaganda». Ma a breve giro arriva anche la controrisposta di Salvini: «Inquietante è che la Boldrini sia presidente della Camera», commenta.
«Diritti e doveri come gli altri»
Tornando alle dichiarazioni del leader della Lega, Salvini conferma quanto detto sui campo rom anche L’aria che tira, su La7: «Radere al suolo i campi rom? I rom hanno il diritto e il dovere di vivere come gli altri e di mandare i figli a scuola, ma il campo in quanto tale è al di fuori della legge, col dovuto preavviso gli do la possibilità di vivere come gli altri, ma i campi rom non dovrebbero esistere». E ancora: «Integrazione solo per chi si vuole integrare e non per chi vuole campare alle spalle degli altri. Non esistono i campi rom in altri posti d’Europa, i rom hanno gli stessi diritti e doveri degli altri, come pagare l’Imu», aggiunge. E poi, conclude: «a mio parere i campi rom sono un modello di segregazione, sfruttamento e isolamento».
martedì 24 marzo 2015
Il vicequestore rapinato in treno Colluttazione, sparo e un polso rotto
orse pensavano di farla franca, come purtroppo tante altre volte, e di scappare dopo aver semplicemente strappato dalle mani lo smartphone all’unico passeggero della carrozza.
Del resto i due banditi non sapevano che quell’uomo con baffi e pizzetto era un poliziotto in borghese che stava tornando in treno a casa a Bergamo terminato il lavoro. Per la precisione il passeggero era il vicequestore Angelo Lino Murtas, da due anni a capo del commissariato di polizia di Treviglio.Il quale non ha ovviamente esitato a inseguire il primo malvivente che l’ha rapinato, un ragazzo di colore di circa vent’anni che, in una frazione di secondo, gli ha strappato il suo Galaxy Note dalle mani, dirigendosi verso l’uscita del treno, appena arrivato alla stazione di Verdello-Levate.
Erano le 22,30 di giovedì sera e, in quel momento, il convoglio era praticamente deserto. Soltanto sull’ultima carrozza c’erano altri due passeggeri: due stranieri, che hanno soltanto visto il secondo malvivente darsela a gambe. Murtas aveva partecipato a una serata organizzata da Libera a Caravaggio e, alle 22,13, era salito sul treno diretto a Bergamo alla stazione Ovest di Treviglio.
Il commissario si è seduto sulla prima carrozza, completamente deserta. Durante il viaggio ha estratto di tasca il cellulare per inviare un messaggio: alla stazione di Verdello-Levate, dunque a metà viaggio, devono essere saliti i due extracomunitari che lo hanno poi rapinato. Il primo ha aperto la porta dello scompartimento e, con una rapida mossa, ha strappato di mano lo smartphone a Murtas.
Dopodiché si è diretto verso l’uscita del treno, ancora aperta. Ovviamente il commissario non è rimasto a guardare e, visto anche il suo lavoro, si è messo a inseguire il rapinatore: braccandolo proprio sulle scale della carrozza. Tra i due è nata una colluttazione: dalla scaletta del treno, i due sono caduti sulla banchina e Murtas ha rimediato la frattura dello scafoide della mano sinistra (soltanto alcuni mesi fa, per salvare una persona che voleva gettarsi dalla finestra a Treviglio, si era rotto l’altro polso). All’improvviso il poliziotto è stato preso alle spalle dal secondo malvivente, fino a quel momento nascosto (forse era salito in fondo al treno) e che lo ha afferrato per il collo, stringendogli la testa nel suo gomito. È stato a quel punto, in balìa dei due rapinatori, che Murtas ha estratto la Beretta calibro 9 d’ordinanza e, gridando «polizia!», ha esploso un colpo di pistola in aria.
Una reazione del tutto imprevista per i rapinatori, che hanno mollato la presa: il primo è scappato con il cellulare del poliziotto verso l’esterno della stazione, mentre il secondo, che nella colluttazione aveva strappato il giubbotto a Murtas, è risalito sul treno ed è sceso dall’ultimo vagone, passando davanti agli altri unici due passeggeri. Nella fuga si è liberato del giubbotto rubato, buttandolo su una carrozza, e del portafogli di Murtas, gettandolo sulla banchina (con ancora tutto il contenuto). Il vicequestore si è lanciato all’inseguimento del primo rapinatore, scappato in un vicino parco (lì è territorio comunale di Verdello e le riprese delle telecamere della zona sono state già acquisite dalla polizia).
Sul posto è arrivata poi la polizia, ma le ricerche dei due rapinatori hanno avuto esito negativo. Murtas è stato portato in ospedale a Treviglio, dove gli hanno riscontrato anche una lussazione del rachide cervicale: ne avrà per trenta giorni. Ma venerdì 20 marzo era già al lavoro, a sfogliare le foto segnaletiche per risalire all’identità dei due uomini che l’hanno rapinato.
FINALMENTE Pisapia non si ricandidera' - Speriamo Maviglia lo imiti PRESTO
Un’ora con i suoi collaboratori più stretti. Un’altra ora al telefono con tutti gli assessori della sua squadra per informarli di quello che sarebbe successo da lì a poco. Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, sceglie una domenica pomeriggio condita da una pioggerellina uggiosa per annunciare che non si ricandiderà alle elezioni comunali del 2016: «È venuto il momento di dire che non sarò candidato a diventare il tredicesimo sindaco di Milano».
Il dado è tratto. Le voci sempre più insistenti del passo indietro, i partiti sull’orlo di una crisi di nervi, le fibrillazioni del mondo arancione. E lui, il sindaco, tetragono, che procedeva per la sua strada: «Lo dirò al momento opportuno». L’annuncio era previsto prima dell’apertura di Expo. Domenica, l’accelerazione con una convocazione urgente di una conferenza stampa. «Fin dalla campagna elettorale del 2011 ho sempre detto tre cose. La prima: che se avessi vinto avrei fatto un solo mandato». Parla di una scelta fatta per «coerenza» e non per «stanchezza». «Perché la politica non deve essere una professione ma un servizio». Ricorda che non è mai stato uno «attaccato alla poltrona» tanto che si dimise da presidente della commissione Giustizia. «E poi, nessuno è indispensabile». Per il futuro non vede ruoli politici nazionali o di altro genere e rispedisce al mittente l’accusa di essere un traditore: «È un tradimento fare cose diverse rispetto a quelle che si dicono. Io ho fatto quello che ho sempre detto alle persone con cui ho parlato».
Assicura di non aver parlato della sua decisione con il presidente del Consiglio Matteo Renzi e di non aver ricevuto pressioni dai partiti. Soprattutto, quello di maggioranza, il Pd. Ma avverte anche che sarà il sindaco di tutti i milanesi fino all’ultima ora dell’ultimo giorno del suo mandato «con tutto l’amore e la stessa fermezza». Quindi, ogni decisione sul futuro candidato e sulle future alleanza del centrosinistra, dovrà per forza fare i conti con la sua persona e con quello che chiama il «progetto»: un’alleanza che tenga insieme la sinistra, a partire dal Sel, continuando con i movimenti civici. Non fa nomi: «Parlare ora di candidati è la cosa più sbagliata in assoluto». Ma i possibili papabili già ci sono e si stanno muovendo dietro le quinte. C’è il parlamentare Emanuele Fiano, c’è l’assessore al Welfare, Pierfrancesco Majorino, c’è Umberto Ambrosoli, c’è Ivan Scalfarotto. E altri si aggiungeranno in un futuro molto prossimo. La grande corsa a sindaco di Milano è appena iniziata.
venerdì 13 marzo 2015
«Renzi? Razzista con gli italiani. In Italia troppe zecche rosse» «Berlusconi? Non può fare il leader del centrodestra Muntari? Se ne torni a casa. Tosi me ne dice di tutti i colori? Me ne farò una ragione»
Salvini scatenato ospite della Zanzara, il segretario della Lega se la prende con tutti nessuno escluso, Berlusconi compreso. Già se l’ex premier è «una risorsa importantissima», guardare a lui come «leader del centrodestra sarebbe come tornare indietro».
«Renzi-Verdini? Inciucio»
Ma, tutto sommato, qui va ancora di fioretto: è con Renzi che affonda il colpo, via Verdini, il forzista ritenuto vicino all’ex sindaco « Verdini rappresenta l’inciucio con Renzi e il renzismo da anni e anni. Non mi permetto di commentare né di dare lezioni, ma Verdini rappresenta l’inciucio con Renzi e il renzismo. La Toscana è l’esempio più evidente di ciò. Noi non abbiamo voglia di giocare a perdere: la Lega ritiene che il governo Renzi-Alfano sia incapace, pericoloso e razzista nei confronti degli italiani - ha aggiunto -. La nostra sarà un’opposizione strenua e non violenta». E guarda oltre: «Demenziale il 31 maggio come data delle elezioni, in mezzo a un ponte. Se vinciamo in qualunque delle Regioni super-rosse, c’è qualcuno a Palazzo Chigi che il giorno dopo dovrebbe dimettersi e tornare al voto»: spiegando di «puntare di vincere in Liguria e Toscana» oltre che in Veneto.
«Troppe zecche rosse»
Quindi il raggio si allarga ai cosiddetti «no global»: «In Italia ci sono troppe zecche rosse. Due militanti della Lega aggrediti a Cagliari da una quindicina di zecche rosse, l’altro giorno io assediato a Genova. Sono quelli che si annidano tra i peli del cane e decidono chi è democratico e chi no. Tutti i centri sociali occupati illegalmente vanno sgomberati. Per Salvini «L’antifascismo è una roba da libri di storia, una cosa superata. Come l’anticomunismo. Poi se andiamo a vedere i comunisti hanno ammazzato più persone dei fascisti. Non tornerà né l’uno né l’altro - dice - è un dibattito vecchio. Se un movimento di sinistra condivide le nostre battaglie parlo anche con quello, come con Casapound». Ma non è imbarazzato quando il capo di Casapound dice di essere mussoliniano? «No, mi incuriosiscono come quelli che vogliono rifondare il comunismo. Alleati? Sono solo venuti a parlare, condividono alcune battaglie».
«Tosi mi dice di tutto? Me ne farò una ragione»
A proposito di persone vicine, il segretario ritorna su Tosi, di fatto «cacciato» dalla Lega qualche giorno fa: «Tosi? Eravamo amici, ora mi dice di tutto. Con lui ho finito le guance da porgere, me ne farò una ragione. La Lega non è un tram da cui sali e scendi, lui voleva prendere il posto di Zaia o condizionarlo. Ha scelto un’altra formazione politica, non porto rancore. Auguri». E smentisce un accordo tra i due: «Il patto? Non esisteva. Due anni fa si era detto: tu fai il segretario, io il leader di centrodestra. Il mondo cambia. Non siamo mica andati dal notaio, una cosa assolutamente informale»
«Balotelli? Gli invidio solo i soldi»
Salvini trova infine il tempo per parlare di calcio, del Milan in particolare, la squadra per cui tifa: «Inzaghi? Va cacciato, ero il suo primo tifoso e quando è arrivato in panchina ho stappato lo spumante. E’ vero, la squadra è penosa, imbarazzante. Ma anche lui non lo vedo tanto presente». Salvini è tornato poi sulla vicenda Muntari, invitato su Twitter a tornarsene a casa. «Mio figlio giocava meglio di lui l’altra sera. Coi milioni di euro che prende - ha proseguito- E’ uno che in campo lavora male. Gli immigrati inseriti e che lavorano bene sono benvenuti. Fosse per me tornerei subito a tre stranieri, quando c’erano Gullit, Van Basten e Rijkaard». Infine una battuta su Mario Balotelli, che ha preso le difese dell’ex compagno di squadra attaccando Salvini attraverso i social. «Un genio, faccia le primarie poi vediamo se fa politica meglio di me. Non è un modello di vita, è un maleducato, gli invidio solo i soldi», ha concluso il leader della Lega Nord.
«L’assassino di Terni? Marcisca in Marocco»
Attivissimo su Facebook, Salvini ha poi commentato l’omicidio di Terni, dove un irregolare marocchino ha ucciso un ragazzo di 27 anni con una bottiglia di vetro: «Morire a 27 anni, sgozzato per strada a Terni, innocente. Pazzesco. L’assassino è un marocchino, ubriaco e drogato, già espulso. Era ri-sbarcato a Lampedusa, aveva chiesto asilo politico. Ora è in galera. Un altro morto sulla coscienza degli amici di Mare Nostrum. Una preghiera per il povero David e per la sua famiglia. E per l’assassino, niente galera in Italia, troppo comodo. Espulsione immediata a calci in culo nel suo Marocco, dove potrà davvero marcire in una galera adatta a un verme come lui».
mercoledì 11 marzo 2015
Tangenziale, il traguardo si allontana. Incombe il macigno del sottopassaggio
Tangenziale, il traguardo si allontana. Incombe il macigno del sottopassaggio
Cassano d’Adda, la fine dei lavori prevista verso fine anno
di Monica Autunno
di Monica Autunno
Cassano D'Adda, 10 marzo 2015 - Tangenziale, ilponte sull’Adda avanza ma il traguardo s’allontana: sul percorso dei lavori il macigno del sottopassaggio. Al completamento dell’asse della circonvallazione manca la realizzazione del sottopassaggio della provinciale per Albignano: per realizzarlo, con la tecnica a spinta, occorrerà chiudere la strada per settimane. Se ne parla non prima dell’estate. Sfuna la possibilità di chiudere a giugno, come da cronoprogramma, i lavori della tribolata tangenziale, opera attesissima, cantiere interminabile. La realizzazione del sottopassaggio perpendicolare alla 104 e parallelo ai binari della Milano Treviglio è uno snodo cruciale. E tecnicamente la faccenda si sta facendo complessa più del preventivato. «Quel tratto - spiega il sindaco Roberto Maviglia - è un dedalo di infrastrutture e sottoservizi, vanno tutti spostati in sicurezza, c’è la ferrovia, si va a intersecare una roggia di grande importanza per la campagna intorno. Le imprese avevano ipotizzato di realizzare l’opera fra il 15 aprile e il 1 maggio. Ma non sarà possibile, si va di sicuro all’estate. E dunque, per la fine lavori, non prima dell’autunno o di fine anno». Durante la posa del sottopassaggio sarà indispensabile chiudere la provinciale per Albignano e Rivolta al traffico. Un tratto di poche decine di metri, fra la vecchia discesa alla stazione ferroviaria e la fine dell’abitato cassanese.
Di fatto, case e aziende al di là della strozzatura rimarranno isolate, e molti cassanesi saranno costretti al periplo attraverso Trecella. «Stiamo cercando una soluzione che limiti al massimo i disagi - spiega ancora il sindaco -. Ma ciò che si può fare è scegliere il periodo di migliore impatto, perché la chiusura è inevitabile, e non c’è possibilità di creare percorsi alternativi: di fianco alla tangenziale passano i binari». La questione sottopassaggio è l’ultimo nodo scorsoio verso la fine lavori. La strada è posata a ovest, e proseguono a est i lavori per la posa del viadotto sull’Adda, ultimo step della grande opera. Due chilometri scarsi di strada che sono costati dieci anni di iter e sino a questo momento quattro anni di cantieri aperti, fra intoppi maggiori e minori. «Da tempo ho smesso di dare date di fine lavori, naturalmente speriamo di vedere tutto concluso entro l’anno». Anche perché all’entrata a regime della sospirata circonvallazione è legato il ridisegno della viabilità nel centro urbano, e sono legati molteplici progetti di rivitalizzazione di strade e piazze, che saranno, nel giro di pochi mesi, libere dall’assedio del traffic
È emergenza furti e sicurezza a Cassano: «Cominciamo con più controlli»
Allarme alle stelle, primo incontro fra forze politiche
Il Giono di Monica Autunno
Cassano d'Adda, 9 marzo 2015 – Furti e sicurezza, «si faccia qualche cosa»: primo incontro fra forze politiche, prime proposte sul piatto. E sostanziale unità d’obiettivi: operare sul fronte amministrativo per garantire un maggiore presidio del territorio. A lanciare l’allarme, e a proporre il primo incontro, che ha avuto luogo sabato, il consigliere comunale della Lega Nord Andrea Moretti. L’escalation di furti in appartamenti e ditte, del resto, è argomento all’ordine del giorno: in strada, nelle piazze, e sulla rete.
«La situazione è quella che è, ed è innegabile - così Moretti -. Non volevo, e non voglio, buttarla in caciara o tantomeno in politica. Non dico nemmeno che i furti siano più a Cassano d’Adda che altrove, perché il problema è grave ovunque. Penso però che sia giunto il momento di fare qualche cosa ».
Primo incontro sabato, fra consiglieri e con il sindaco Roberto Maviglia. Sul tavolo qualche proposta: «Inizio con il dire - ancora Moretti - che c’è con il sindaco una sostanziale unità di vedute, e questo è molto positivo. La prima proposta che ho avanzato è quella di una assicurazione a stipula pubblica a favore dei cittadini che subiscano furto con scasso. Ne stanno stipulando in altre regioni, e funzionano. Ovvio, non servono a prevenire, ma sono comunque un segnale di vicinanza al cittadino». Se si parla di prevenzione, inevitabile scivolare sul terreno delle ronde. «Io non sono favorevole tout court - ancora Moretti - ma certo, si può pensare a qualche progetto di monitoraggio del territorio che coinvolga i cittadini. Molti di loro lo chiedono e sarebbero disponibili. Non vedo perché non si debba discuterne». Intanto, si procede con il rinforzo della vigilanza comunale a supporto dell’azione dei carabinieri, che organizzano sempre maggiori servizi. In tutte le aree cittadine, specie periferiche, e soprattutto nell’orario critico delle 17-20, quello in cui, è assodato, i ladri del mordi e fuggi entrano in azione. monica.autunno@ilgiorno.net
venerdì 6 marzo 2015
Salvini: «Renzi? Non lo sopporto, mi sta antipatico»
Matteo contro Matteo. Salvini critica Renzi senza mezzi termine nel salotto de "Le Invasioni Barbariche" su La7. "Renzi non lo sopporto proprio - ha detto il leader della Lega Nord, rispondendo a Daria Bignardi - mi sta antipatico per quello che dice e che fa, è un chiacchierone, sta promettendo mari e monti da un anno e non sta combinando un accidente".
lunedì 2 marzo 2015
Roma, Lega in piazza «Vaffa» di Salvini a Renzi e Fornero «Il premier servo sciocco di Bruxelles».
È stato il giorno della Lega a Roma. Il movimento fondato da Umberto Bossi e oggi guidato da Matteo Salvini, abbandonate le parole d’ordine dell’indipendenza della Padania oggi punta a caratterizzarsi sempre di più come partito nazionale e a incoronare lo stesso Salvini come leader del centrodestra. Alla manifestazione in piazza del Popolo erano presenti anche Casapound, che ha confermato la scelta di Salvini come leader su cui puntare, e la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meoni. Salvini dal palco ha pronunciato un discorso ricco dei temi cari ai leghisti, come il no ai campi rom, con qualche tratto caro ai grillini, tipo gli insulti lanciati a più riprese verso i politici chiamati anche “infami”.
Non si sono registrati incidenti: i leghisti non sono venuti a contatto con l’ala antagonista che ha organizzato una contromanifestazione in contemporanea e l’imponente schieramento di forze dell’ordine ha funzionato.
«Renzi servo sciocco di Bruxelles»
Salvini ha esordito parlando di Renzi come del «servo sciocco di Bruxelles». Subito dalla piazza si è levato un «vaffa...» diretto al premier di cui sono state chieste le dimissioni. «Cancelleremo la legge Fornero e vaffa... alla Fornero e a chi l’ha portata al governo», ha continuato Salvini parlando alla folla. In serata è giunta poi la reazione dell’ex ministro, Elsa Fornero, che ha detto: «Il merito della riforma sulle pensioni parla da solo. Penso e spero che gli italiani siano in grado di capire il basso livello della politica alla Salvini».
Le citazioni e i punti di riferimento
Salvini nel suo intervento non ha lesinato citazioni: le foibe, il genocidio degli Armeni, il disastro del Vajont, l’Oriana Fallaci di «Un uomo», don Milani ma anche don Sturzo, elencando una serie di libri da considerare esemplari e che a suo parere dovrebbero essere adottati nelle scuole, «dove si sa tutto dei fenici ma non della nostra storia recente».
«Non c’è spazio per i campi rom»
«Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi rom», ha proseguito il leader della Lega affermando: «Vai a fare il rom da qualche altra parte. I rom vengono dopo i nostri disoccupati , molto dopo...». Salvini ha proseguito toccando vari temi e chiamando in causa due personaggi che la Lega considera «eroi»: il benzinaio Graziano Stacchio, che nelle settimane scorse ha ucciso un uomo nel tentativo di sventare una rapina nel Vicentino; e l’imprenditore bergamasco Antonio Monella, condannato a 6 anni per avere sparato al ladro che cercava di rubargli l’auto nel cortile di casa. «Non esiste eccesso di legittima difesa - ha detto - : se vieni a casa mia in piedi è possibile che ne esci steso». Salvini ha concluso ringraziando Umberto Bossi, Gianfranco Miglio e Roberto Maroni e chiamando “ladro” lo Stato. Sulle alleanze non si è pronunciato: «Decideremo cosa fare più avanti, ma non metto insieme gente a casaccio». La piazza durante il comizio ha intonato: «Chi non salta è comunista».
L’arrivo del segretario in piazza
«Vogliamo andare a governare. L’Italia merita di più». Arrivato in piazza del Popolo poco prima delle 15 il segretario della Lega ha detto: «Ambisco a parlare a tutti, anche ai delusi di Renzi e agli ex grillini». Matteo Salvini si è presentato in camicia bianca su cui poi ha indossato la maglietta aIo sto con Stacchio. Con chi difende il territorio». «Non temo disordini - ha aggiunto - . Roma è una città civile, una città stupenda, colorata, arrabbiata ma pacifica». E infatti incidenti non ce ne sono stati. Ha poi subito parlato di Renzi, a cui l’iniziativa è stata in qualche modo dedicata (#Renziacasa, l’hashtag): «Sta svendendo all’Europa gli ultimi pezzi di aziende sane italiane. Le svende all’Europa e alle multinazionali. Noi stiamo con le piccole e medie imprese».
Regaliamo agli immigrati la pensione sociale E loro se ne vanno per vivere come nababbi
Gli sprechi del buonismo: gran parte degli stranieri che incassa l'assegno sociale poi rientra nel Paese d'origine
Si godono la vecchiaia a casa loro, campando alle spese dello Stato italiano. Gli stranieri che ottengono l'assegno sociale e poi tornano nel proprio Paese sono sempre di più.
Anche perché è facile: basta una semplice autocertificazione. E anche se l'Inps scopre che qualcuno è scappato in patria, può farci poco o nulla.
Molto spesso gli immigrati conoscono la legge (e i suoi benefici) meglio degli italiani.
Sanno come aggirare le regole e come piegarle ai propri interessi. Accade anche con l'assegno sociale, una prestazione economica che viene concessa ai cittadini, italiani e stranieri, che si trovano in condizioni economiche particolarmente gravi. Il reddito annuo di chi lo richiede non deve superare 5.800 euro. Ottenerlo, soprattutto per gli stranieri, è abbastanza facile. Basta avere residenza stabile e abituale da dieci anni in un Comune italiano, essere titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo, non superare la soglia di reddito richiesta e, ovviamente, avere compiuto 65 anni. Solo in Lombardia, come ci assicura una fonte dell'Inps, sono circa 5mila gli stranieri che hanno richiesto questo tipo di assegno. Gran parte di questi, però, una volta intascato il malloppo, è tornata nel proprio Paese d'origine, dove ha potuto condurre - anzi, conduce tuttora - una vita da nababbo alle nostre spalle.
Quando un italiano fa richiesta per poter ottenere l'assegno sociale, invece, scattano tutti i controlli di routine. Vengono setacciati i dati dell'Agenzia delle entrate, della Camera di commercio e dell'Inps e si verifica che chi ha richiesto l'assegno sia in regola. Con gli stranieri questi controlli sono tecnicamente impossibili perché non sempre all'estero - soprattutto nei paesi dell'Est Europa e del Nord Africa - esistono banche dati. La valutazione dei limiti di reddito di chi ne fa richiesta si basa quindi su una semplice (e incontestabile) autocertificazione. E quando l'Inps chiama gli stranieri a rapporto, ecco che arrivano le scuse più disparate: «Ho perso il passaporto», «non riesco più a tornare in Italia», «un mio parente è malato gravemente». Ma se c'è qualcuno che proprio non riesce a trovare i documenti per rientrare c'è anche, come ci racconta una fonte, chi ha più passaporti (italiano, straniero, rinnovato) e presenta all'Inps quello che conviene maggiormente, ovvero quello che non certifica l'espatrio. Se paragoniamo, poi, l'assegno sociale alle cosiddette «pensioni minime» si nota che chi usufruisce dell'assegno sociale - ovvero chi non ha lavorato o non è riuscito a versare contributi adeguati - prende all'incirca quanto chi ha lavorato tutta una vita e che, magari, percepisce la pensione minima: 448,52 euro contro 501. Poco più di 50 euro di differenza. A 70 anni scatta però la maggiorazione sociale e, così, la forbice si riduce ulteriormente. Per il 2013, per esempio, la differenza è stata di soli 13 euro.
Ma c'è un'altra beffa per i lavoratori italiani: la legge Fornero stabilisce che un uomo vada in pensione a 66 anni e 3 mesi. Ben un anno in più rispetto a quanto richiesto per l'assegno sociale. Significa che uno straniero che magari non abita nemmeno in Italia possa godere della pensione prima di un nostro connazionale.
Come tamponare questo enorme flusso di denaro? Si potrebbe usare la tessera sanitaria regionale, che ha sostituito il vecchio codice fiscale e che viene impiegata anche come carta nazionale dei servizi, da «strisciare» alla frontiera un po' come si fa quando si timbra il cartellino al lavoro. In questo modo si potrebbe attivare un sistema di allerta nei data base dell'Inps che, in automatico, bloccherebbero la prestazione assistenziale. Un'alternativa potrebbe essere introdurre l'obbligo del ritiro in contanti del denaro (solo per gli stranieri, sia chiaro) abolendo la possibilità di accrediti sui conti correnti bancari o postali, così da certificare mensilmente, con firma al ritiro, la dimora effettiva e abituale nello Stato italiano. Infine, una terza ipotesi: stilare un vademecum di controlli per gli uffici, in modo da sottrarre l'iniziativa al libero arbitrio dei funzionari e facilitare l'accesso alle (poche) banche dati esistenti. Intanto, però, il saccheggio continua.
venerdì 27 febbraio 2015
Salvini, scontro con Forza Italia: «Ma le Regioni restano un cantiere aperto. Dipende dai programmi»
Il segretario leghista sull’alleanza elettorale col partito di Berlusconi: «Linee diverse a livello nazionale, però non ho rotto»
MILANO «Chi ha detto che io ho rotto con Forza Italia?». Matteo Salvini è in Toscana, alle prese con l’ennesima giornata con poche pause per respirare. Nel pomeriggio, a tenere banco è l’ipotesi di una rottura definitiva con Forza Italia. E allora, il segretario leghista parte con il chiarire i termini della questione.
Non ha detto che con Forza Italia non è possibile un accordo? Molti, nel partito di Silvio Berlusconi, sembrano pensarlo.
«No. Qualcuno mi ha chiesto della possibilità ad oggi di un accordo politico generale con Forza Italia. La domanda era: con chi si alleerebbe la Lega se si andasse a elezioni domani o la prossima settimana? E io ho risposto».
Che cosa?
«Che la settimana prossima, a elezioni politiche, la Lega andrebbe da sola. È un fatto: a livello nazionale abbiamo progetti che oggi sembrano non compatibili».
Per quale motivo?
«Beh, per esempio sui temi europei. Ad oggi, Forza Italia in Europa sta con Angela Merkel. La Lega sta con Marine Le Pen. È una visione molto diversa. Un punto di vista globale diverso. Sul nazionale, osservo solo che l’opposizione deve essere chiarissima: per esempio, mi dicono che parecchi senatori di Forza Italia erano assenti nella discussione sull’Imu agricola. Peccato».
E sulle regionali? Si può invece ragionare?
«Alle amministrative e alle regionali tutto dipende dai candidati e dai programmi. Dai volti che Forza Italia vorrà presentare. Per dire: oggi sono in Toscana. Ma qui, Forza Italia non ha mai fatto opposizione. L’opposizione, però, è una cosa seria, che dà credibilità. Da queste parti, per anni ha deciso tutto quanto la premiata ditta Renzi-Verdini. Dunque, noi abbiamo proposto il nostro candidato presidente, Claudio Borghi. Così come in Liguria abbiamo presentato una persona che la conosce palmo a palmo come Edoardo Rixi».
Insomma, per la Toscana la partita è chiusa?
«Chi vuole sostenere Borghi è il benvenuto. Inclusa quella parte di Forza Italia che non ha mai inciuciato. L’importante è che tutto avvenga nella chiarezza delle posizioni. Le Regioni sono un cantiere aperto a tutti coloro che dimostrano di avere omogeneità con noi».
Resta il no al Ncd.
«È chiaro, anzi chiarissimo, che se Forza Italia mi vincola ad allearmi con Alfano, il discorso cambia. Il Veneto dal governo Renzi-Alfano si è visto tagliare 300 milioni di euro e in cambio si è visto arrivare 2.000 immigrati. Bell’affare...».
Il Veneto, appunto. Lì il problema è anche dentro la Lega. Che cosa succederà al vostro Consiglio federale di lunedì?
«Succederà che Luca Zaia sarà indicato come il candidato presidente della Lega».
E poi?
«Beh, credo che a quel punto lui dira qualche cosa».
Segretario, non può chiarirci meglio?
«Guardi, fino a domani sera, io mi occupo soltanto della manifestazione in piazza del Popolo a Roma. Vogliamo far vedere a tutta l’Italia e a tutta l’Europa che l’Italia non è soltanto Renzi».
A proposito. Non c’è il rischio che il segretario veneto Flavio Tosi venga contestato?
«Non penso proprio».
La preoccupa la contromanifestazione dell’area antagonista?
«Io spero che, a differenza di quanto è accaduto con i tifosi olandesi, il sindaco, il questore e il prefetto garantiscano la tranquillità di tutti. Oltretutto, in piazza ci saranno mamme e papà con i passeggini... ».
mercoledì 25 febbraio 2015
Madonnina, Lega in rivolta. Il dossier della Veneranda contro l’idea piazza Fontana
Milano, 25 febbraio 2015 - Tre fotografie sul sito internet del Duomo. Appaiono subito dopo la foto della riproduzione della Madonnina dorata che svetta e veglia sulla cattedrale, subito dopo la copiaattualmente in fase di realizzazione alla «Fonderia Nolana Del Giudice». Una fotogallery di 4 immagini. Breve, essenziale. Ma eloquente. Così la Veneranda Fabbrica del Duomo ha voluto ribadire le proprie ragioni. Quelle foto, infatti, immortalano sempre la stessa piazza: piazza Fontana. Sì, proprio la piazza che il Comune ha offerto alla Veneranda perché vi installasse la Madonnina bis per i 6 mesi dell’Expo. La piazza alternativa a piazzetta Reale, quella alla quale la stessa Veneranda ambiva e sulla quale è invece piovuto il veto della Sovrintendenza, recepito dal Comune. La linea dell’ente che dal 1387 si prende cura della cattedrale e delle sue guglie non cambia: «Nessuna polemica, non in casa di altri, non sulla Madonnina», come già scandito a più riprese dal direttore Gianni Baratta. Ma il dibattito a proposito del divieto d’accesso in piazza Reale opposto alla copia della statua simbolo della città non è sopito. Così la Veneranda ha voluto rappresentare le proprie ragioni in maniera, è il caso di dirlo, fotografica.
Che si vede in quelle istantanee? Si vede una piazza ostaggio di motorini e taxi in sosta, una piazza percorsa dai furgoncini dei corrieri espresso e dai mezzi della rimozione forzata in uso alla polizia locale, che proprio lì ha il comando centrale. Una piazza dallo skyline affollato da una gru gialla: c’è un cantiere. E dall’erba già consacrata alla memoria di vicende centrali nella storia nostra: la targa commemorativa di Giuseppe Pinelli. Il mesaggio è chiaro, ribadito, rafforzato: in una piazza così piena, la copia a grandezza naturale della Madonnina non ci può stare.
Per questo la Veneranda, venuta meno la location di piazza Reale, ha detto no alla controproposta del Comune, seppur relativa alla parte pedonale della piazza, preferendo esporre la statua all’interno del Duomo. Ma la polemica, come detto, non si placa. Oggi alle 16 la Lega Nord si ritroverà in piazza Reale per esporre un maxiposter che raffigura la statua più amata dai milanesi. Dalla Regione rilanciano la candidatura di piazza Città di Lombardia. L’assessore regionale Valentina Aprea definisce «umiliante il trattamento riservato dalla Giunta alla Madonnina»
martedì 24 febbraio 2015
"Alfano? Un incapace". E poi si rivolge a Berlusconi: "Decida con chi vuole stare"
Il leader della Lega: "Non mi alleo con un incapace". E al Cav: "Decida se vuole essere alternativo a Renzi"
"Non è una questione personale, Alfano non tutela minimamente i poliziotti che comanda e come ministro dell’Interno sta cercando di risparmiare chiudendo 250 posti di polizia e di ordine pubblico in Italia, e mi sembra ci sia bisogno di più ordine pubblico, i reati sono in aumento.
Il Parlamento ha approvato la depenalizzazione di decine di reati tra cui il furto, che è una roba da matti e solo italiana, e non muove un dito per limitare l’immigrazione clandestina. Non è un problema personale Salvini - Alfano, è che mi sembra, e sembra a detta della stragrande maggioranza degli italiani, un ministro assolutamente incapace, ed è chiaro che non posso fare alleanze politiche o tattiche con un ministro che non ritengo all’altezza". Il giudizio di Matteo Salvini nei confronti del leader di Ncd è netto e duro.
Intervenendo ai microfoni di RTL 102.5, il leader del Carroccio poi ha lanciato un messaggio a Silvio Berlusconi: "Io non sono più disposto a fare frittate, la coerenza viene prima di tutto. Noi stiamo combattendo una battaglia senza quartiere contro la Legge Fornero, ad esempio. Io settimana prossima chiederò un incontro con il Presidente della Repubblica per domandargli, per favore, di impegnare il Parlamento a discutere e cancellare la Legge Fornero. Non posso fare accordi con chi un giorno governa con Renzi e un giorno no, Berlusconi decida: se vuole essere alternativo a Renzi noi ci siamo e parliamo di Flat Tax, di studi di settore, di difesa del Made In Italy, quello che il Governo non sta facendo. Se vuole stare un po' di qua, un po' di là, lo fa senza la Lega".
Infine, a chi gli chiede se sia possibile un'alleanza anche con Landini, risponde così: "Io non guardo le etichette destra-sinistra, bado ai progetti: se c’è da abbattere la legge Fornero, regolamentare la prostituzione, semplificare le adozioni io mi alleo anche con Landini. Più di una volta ho chiesto un incontro a Beppe Grillo e lui non mi ha filato nemmeno di striscio. Peggio per lui, io lavoro sui temi e sui progetti, le distinzioni destra-sinistra sono roba vecchia".
Salvini: «Io sindaco di Milano? Prima o poi, se vorranno i milanesi»
Il leader della Lega ospite della trasmissione di Rtl "Non stop news" si dice pronto a candidarsi "se i milanesi lo vorranno
Matteo Salvini pronto a candidarsi alla poltrona di sindaco di Milano. A dirlo lo stesso segretario della Lega, ospite di Rtl, durante la trasmissione "Non stop News". "Ce l'ho nel cuore, nel sangue e nella carne, quindi prima o poi...", spiega il leader del Carroccio.
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