lunedì 3 giugno 2013

Il Giorno Cassano baby drogati col coltello

Nei guai in Martesana due vandali e dodici ragazzi

di Chiara Giaquinta

Cassano d'Adda, 3 giugno 2013 - Vandali, ma non solo: anche piccole bande organizzate composte da giovani, spesso minorenni, che riempiono le serate mettendo a segno piccoli furti o spacciando e facendo uso di droga. Un fenomeno che le forze dell’ordine tengono sotto controllo e che, spesso, riescono in qualche caso a stanare e reprimere. È il caso dell’operazione messa in campo nel fine settimana dai militari della Compagnia di Cassano d’Adda da Bellinzago a Gessate passando per Cassano d’Adda e Gorgonzola. Guidati dal capitano Camillo Di Bernardo una decina di uomini con diversi mezzi hanno messo al setaccio tutta la Martesana.

Riuscendo a fermare due vandali spagnoli, proprio mentre stavano imbrattando alcuni vagoni Atm nel deposito di Gorgonzola, e a denunciare dodici ragazzi, otto dei quali minorenni, per detenzione di stupefacente, porto abusivo di armi e possesso di arnesi atti allo scasso. Stessa operazione, diverse le situazioni quelle che si sono trovati davanti i militari. La prima è stata osservata a Gorgonzola, dove sempre più spesso writers provenienti non solo dalla zona ma anche dal resto del Paese e in alcuni casi dall’Europa, si divertono a imbrattare i vagoni della metropolitana in sosta nello storico deposito.

Qui nella notte tra sabato e domenica sono stati visti dai carabinieri in pattugliamento due figure aggirarsi nell’area del deposito. Quando i militari si sono avvicinati, hanno trovato ancora al lavoro due ragazzi di 27 anni entrambi spagnoli intenti a imbrattare i vagoni del metrò. Negli zaini dei due è stata trovato un vero e proprio «arsenale»: una decina di bombolette spray di ogni colore pronte per essere usate.

Diverse le denunce che hanno colpito i dodici ragazzi controllati sempre nella stessa nottata. Il gruppo era tenuto sotto controllo dai militari ormai da tempo.

Un lavoro di indagine che ha visto impegnati gli uomini della Compagnia di Cassano d’Adda nell’osservare il comportamento dei giovani: tutti italiani, nella maggior parte dei casi studenti, otto non ancora maggiorenni. Si ritrovavano la sera, soprattutto nel fine settimana, nel parcheggio di un centro commerciale di Cassano d’Adda. Qui facevano uso di sostanza stupefacente e poi si dirigevano in altre zone della Martesana.

Quando sono stati fermati dai militari, l’altro ieri notte, nelle loro tasche sono stati trovati diversi grammi tra hascisc e cocaina. Ma non solo: anche attrezzi per lo scasso, come pinze e tronchesini, forse pronti per mettere a segno qualche colpo facile e poco rischioso. E un coltello, di quelli fuori legge perché superano la lunghezza consentita, trovato nelle tasche di uno dei minori. Tutti e dodici i ragazzi sono stati denunciati a piede libero con diverse accuse, dalla detenzione di stupefacente al possesso di attrezzi atti allo scasso fino al porto abusivo di armi. Alle due di notte, dopo che sono stati tutti portati alla stazione di Gorgonzola, sono partite le chiamate di rito alle famiglie, alle quali i giovani sono stati affidati.

Commenti: Un grazie alle Forze dell'ordine per il loro Lavoro sul territorio, al Sindaco diciamo invece che la mico criminalita' diffusa e' il risultato di una politica lassista in campo delle Sicurezza. In questi due anni, nulla e' stato fatto dalla sua Amministrazione, in Consiglio ha fatto intervenire il Comandante della Polizia Locale, probabilmente perche lei pur avendo la delega alla Sicurezza, non sa nemmeno quello che le sta succedendo intorno!!!

Gioco d'azzardo, proposta Lega: "Tassa per locali slot in Lombardia"

Una 'tassa' annuale di 50 euro da moltiplicare per ogni apparecchio per gli esercizi commerciali in Lombardia dove sono installate slot machine. L'incasso previsto dal contributo etico obbligatorio, circa 4 milioni di euro ricavati dalle 80mila slot presenti nella regione, servira' per finanziare sgravi fiscali nei locali 'slot free', che mettono al bando il gioco d'azzardo, e per la cura delle ludopatie.

E' quanto prevede una proposta di legge depositata dal gruppo della Lega Nord nel Consiglio regionale della Lombardia, con l'obiettivo di contrastare la diffusione del gioco d'azzardo patologico.



domenica 2 giugno 2013

La Magagna della Settimana


Un altra discarica di materiale sul territorio comunale, segnalata alla amministrazione, vediamo quando interverranno!!!

Costi politica, Pirellone taglierà 50% spese

Una sforbiciata da 14 milioni di euro all'anno sui costi della politica nel Consiglio regionale della Lombardia, con un risparmio annuale del 50% delle spese grazie a tagli agli stipendi dei consiglieri e alle risorse per il funzionamento e la comunicazione dei gruppi.

E' quanto prevede un progetto di legge presentato dalle forze politiche di maggioranza e opposizione, ad eccezione del Movimento 5 Stelle, per recepire entro giugno la spending review del Governo Monti che impone alle amministrazioni riduzioni delle spese.

Un passo accolto con soddisfazione anche dal presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni. ''Il Consiglio costera' 1,3 euro a cittadino, e con la nuova proposta di legge la Regione risparmia 80 milioni di euro sui costi della politica'', scrive su Twitter riferendosi anche ai tagli alle spese della Giunta

sabato 1 giugno 2013

Lega, Maroni: "Riprenderemo fiducia elettori"

"La nuova battaglia della Lega per liberare il Nord e' appena iniziata. Ne vedremo delle belle. Riprenderemo presto la fiducia degli astenuti". Cosi' su Twitter il Presidente della Regione Lombardia e leader del Carroccio Roberto Maroni, a proposito del risultato della Lega alle ultime elezioni amministrative.

Riforme: Lega, 18 mesi e Convenzione abbia potere redigente

Diciotto mesi di tempo e nessuna marcia indietro sulla Convenzione per le riforme che deve essere composta anche da esterni ed avere poteri redigenti. E' questa la posizione della Lega che Roberto Calderoli e Massimo Bitonci insieme al capogruppo alla Camera, Giancarlo Giorgetti, intendono portare avanti sul fronte delle modifiche costituzionali.

Per questo il Carroccio, che insiste sulla parte, per cosi' dire, 'leghista' del discorso di insediamento del premier Enrico Letta, presentera' una propria mozione. Lo spiega il presidente dei senatori, Massimo Bitonci: "Noi restiamo sulla nostra posizione. Ci siamo astenuti sulla fiducia a Letta proprio perche' nel suo intervento si tracciava la nascita della convenzione per le riforme e il superamento del bicameralismo paritario che ci hanno portato ad un'apertura di credito. Se si vogliono fare partire le riforme lo si faccia su un testo che condividiamo e con il modus operandi che era stato annunciato".

Quanto alla riforma del sistema di voto, per la Lega prima bisogna pensare alla forma di governo che si vuole per il Paese.

venerdì 31 maggio 2013

LOMBARDIA: nuova stagione senza più vitalizi e indennità di fine mandato


Con la variazione al bilancio all’ordine del giorno della seduta di martedì il Consiglio regionale adempie a un obbligo di legge e chiude i conti col passato, apprestandosi ad affrontare una stagione nuova, senza vitalizi e senza indennità di fine mandato.

I 15 milioni previsti dalla delibera proposta dall’Ufficio di Presidenza all’Aula, costituiscono un atto dovuto e serviranno per permettere agli ex Consiglieri che ne faranno richiesta di riavere i contributi, da loro stessi accantonati nel corso degli anni, ai fini dell’assegno vitalizio. Si tratta di una somma di natura previsionale, basata sulla stima delle risorse che potrebbero essere necessarie qualora tutti i Consiglieri che ne hanno diritto optassero per la restituzione. Nei 15 milioni sono inoltre comprese anche le indennità di fine mandato riferite alla scorsa legislatura, oltre ad adempimenti di carattere fiscale (Irap).

La variazione al bilancio accantona una somma ricavandola da altri capitoli di spesa del Consiglio.Non esiste nessuna aumento dei costi del Consiglio. Siamo di fronte a un fatto tecnico ed è necessario precisare che è una manovra di bilancio effettuata all’inizio di un cambio di legislatura avvenuto anzitempo e dove notevole è stato il ricambio nella compagine dei Consiglieri (solo 14 su 80 sono stati confermati).

Come è noto gli istituti dell’indennità di fine mandato e del vitalizio sono già stati aboliti dalla legge regionale. Una decisione che il Consiglio regionale confermerà anche con la nuova legge sui costi della politica, in procinto di essere discussa e approvata.

Villaggio: "Kyenge? Io la chiamo negra"

A gamba tesa, senza peli sulla lingua, come sempre. Paolo Villaggio - anche lui - in trincea contro il ministro più discusso di questo inizio di governo Letta, la titolare dell'Integrazione, Cécile Kyenge. A ruota libera, a La Zanzara su Radio 24, Fantozzi dice la sua: "Io la chiamo negra. Altrimenti come vuoi chiamarli? Non è un termine oltraggioso, è la solita ipocrisia". Se il concetto non fosse chiaro, Villaggio ribadisce: "Io tuttora li chiamo negri. Solo gli uomini di potere vogliono essere chiamati neri". Quindi l'attore condisce la sua polemica con una venatura leghista: "La Kyenge non ha nemmeno il passaporto italiano. E' superflua, una cosa teatrale, una specie di bandierina. Ha trentotto fratelli? E' colpa del padre e della sua attività sfrenata. Da quelle parti è l'unico divertimento, altrimenti sarebbe un pazzo, un maniaco sessuale. Per carità..."






giovedì 30 maggio 2013

Gazzetta ADDA - POLEMICA La Lega contro le spese elevate

Bike-sharing: 3.000 euro a bici

(bgf) La Lega Nord fa le pulci alla Giunta anche sul bike-sharing. Ecco un post di Fabio Colombo sulla vicenda: «Il bike-sharing, come diceva l’assessore Gaiardelli, “affiancherà la nuova biglietteria nel nuovo parcheggio a Sud della stazione e richiederà un investimento di 20mila euro, in parte finanziati con un contributo regionale, per mettere a disposizione 7 biciclette che potranno essere affittate. Si potrà arrivare a Cassano, scendere dal treno e prendere una delle bici, usarla per girare la città e i percorsi verdi del Parco Adda lungo il fiume senza dover aver l'impedimento di dover viaggiare con la propria bici”. Commento: siamo convinti che la scelta dell’uso della bicicletta per muoversi abbia senso; la cosa che invece ci lasciamolto perplessi sono i costi. Ventimila euro per 7 biciclette ci sembrano davvero tanti! Ma si sa per questi signori i soldi non sono un problema, basta aggiungere un altro balzello

Kyenge, il ministro che non vuole integrarsi

di Gianluigi Paragone

Più volte abbiamo scritto sull’importanza dei simboli in politica. Per mesi ce la prendemmo col governo Monti così insensibile da non partecipare mai ai funerali di uno solo degli imprenditori suicidati per colpa della crisi economica. Scrivevamo che così facendo si rafforzava il muro tra palazzo e cittadini.

Da mesi scriviamo che la crisi impone alla politica un atteggiamento meno presuntuoso, meno distante, più aperto al dialogo: leggere ancora che un alto dirigente del senato se ne va in pensione, grazie anche alle prebende di consigliere di Stato, con una cifra che è tre volte quanto prende il presidente della Repubblica, manda in bestia. Ecco, di esempi così ce ne sono parecchi e tutti riconducono all’importanza dei simboli in politica.

Questa non breve introduzione mi era d’obbligo per domandare al ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge perché non ha ritenuto opportuno partecipare, ieri, ai funerali dei tre uomini barbaramente uccisi dalla follia di Kabobo. Non entrerò nelle polemiche politiche che hanno fatto e stanno facendo da contorno alla nomina del primo ministro nero (anche perché alcune di queste hanno autentiche ventature razziste), né entrerò nel merito della proposta sullo ius soli anticipate dalla stessa Kyenge, non foss’altro perché – secondo me – oltre l’annuncio ci sarà il nulla.

Mi limiterò invece a girare alcune considerazioni, nell’illusione di una risposta da parte del ministro. Intanto la follia omicida non ha colori di pelle, né dipende dal diritto di cittadinanza: giustappunto ieri una madre italiana ha gettato dalla finestra alta sette metri i suoi due figli. Ci sono ombre di nero con cui siamo e saremo costretti a convivere. La folle notte omicida di Kabobo non fa eccezione. Poteva essere fermato? Non doveva essere in Italia? Le domande si moltiplicano e quasi tutte resteranno senza una risposta azzeccata. Resta quell’atroce gesto e resta la rabbia e il dolore dei familiari.

Da ogni fatto, anche da questo tragico, si può estrapolare un senso politico. Che la signora Cecile ritenga più saggio arrivare a una maggiore integrazione degli immigrati attraverso il diritto dello ius soli, quindi modificando quasi radicalmente il meccanismo di cittadinanza finora in uso, è un suo diritto di donna impegnata in politica; che lo possa fare in un governo di larghe intese nato dalla necessità di trovare risposte politiche per contenere i danni della crisi economica (ero sul punto di usare un’altra espressione e cioè nato per rilanciare l’economia italiana, ma mi sembrava davvero eccessivo) è invece un’opinione. La questione insomma resta aperta e necessita di un confronto aperto, programmatico e preliminare, coi cittadini, o attraverso le elezioni (nel senso che si sceglie il partito con una proposta o un’altra) o attraverso un referendum. Non è il nostro caso. Si discute solo per effetto di una dichiarazione. La quale sfortunatamente è arrivata pochissimo tempo prima del grave fatto di cronaca che ha visto coinvolto un cittadino extracomunitario, clandestino.

Come dicevamo, delle vittime di Kabobo è stato celebrato ieri il funerale. Mi sarebbe piaciuto vedere il ministro per l’Integrazione in chiesa a Milano. Sarebbe stato uno di quei simboli che riportano le discussioni coi piedi per terra. Essere lì avrebbe tradotto in un fatto la parola integrazione. Essere lì avrebbe significato che al di là di come la si pensi sul tema c’erano tre famiglie da consolare. Essere lì avrebbe svuotato ogni dibattito pretestuoso e fazioso. Essere lì, infine, avrebbe significato che la politica può non avere sempre barriere. La presenza delle istituzioni in certi momenti significa che lo Stato ha un volto, significa che lo Stato si mischia ai suoi cittadini.

L’integrazione è un percorso lungo e difficile. Non credo che un tipo di legge la possa facilitare e soprattutto non credo nemmeno che la retorica – in un senso o nell’altro – faciliti suddetto processo. Di solito si afferma che l’integrazione è un percorso culturale e sociale assieme. Certo che lo è, ma poi è nella quotidianità che si misurano le attitudini alla convivenza. Le classi dei nostri figli sono sempre più multirazziali e multiculturali: la loro autocapacità di prendersi vicendevolmente le misure è la migliore lezione possibile. Nei campetti sportivi non si dividono tra bianchi e neri, tra comunitari ed extracomunitari, eppure in quelle squadre c’è un miscuglio di genti diverse: al limite si dividono tra compagni di classe o fanno comunella con l’amico più simpatico.

Ricordo sempre la strofa di «Un’idea» di Gaber laddove si prende in giro la modernità di un progressista la cui figlia sposò un uomo di colore e lui non riuscì più a dormire. Quella strofa è la didascalia di una generazione in via di superamento. C’è una integrazione che ha già cambiato il passo.

Quali regole si dovranno scrivere? Le regole del buonsenso in primis. Poi, certo, la politica qualche scelta la dovrà fare, evitando gli strappi. Resto convinto che si debba tendere alla massima integrazione possibile e che una comunità ha un imprinting dominante (per la somma delle tradizioni, non certo per chissà quale vocazione) e che su quell’imprinting si possono sommare esperienze diverse. Nessuna legge troverà il giusto bilanciamento in questa contaminazione. Tocca alle comunità misurarlo e misurarsi. Esattamente come fanno i nostri figli, i quali – sul tema – sono spesso già più avanti di noi.

mercoledì 29 maggio 2013

FISCO: MARONI, COTA E ZAIA A LETTA, RIVEDERE SISTEMA PER REGIONI SUPERANDO EQUITALIA = TRATTENERE 75% GETTITO TRIBUTARIO COMPLESSIVO NEL TERRITORIO

Rivedere la fiscalita' delle Regioni "sia nei suoi profili organizzativi che nei suoi contenuti, anche con l'obiettivo di superare l'attuale sistema di riscossione fondato sulle competenze di Equitalia". E' quanto chiedono i governatori di Lombardia, Piemonte e Veneto, Maroni,Cota e Zaia, in una lettera consegnata questa mattina al presidente del Consiglio Enrico Letta e al vice premier Angelino Alfano, durante la riunione tra governo e Regioni. I tre governatori chiedono inoltre l'istituzione di un tavolo tra governo e Regioni per rivedere i meccanismi della fiscalita' regionale e delle Autonomie.

"Anche il presidente Giorgio Squinzi, durante l'annuale assemblea di Confindustria tenutasi pochi giorni fa -sottolineano i tre governatori- ha lanciato a nome di tutto il sistema produttivo, un disperato appello (che condividiamo) per chiedere al governo di intervenire per dare sollievo al Nord produttivo: ha evidenziato come il Nord sia sull'orlo del baratro economico ed ha chiesto che venga affrontata con decisione la questione settentrionale".

"Riteniamo sia giunto il tempo di definire un nuovo sistema fiscale che garantisca a ciascuna Regione la possibilita' di trattenere almeno il 75% del gettito tributario complessivo prodotto nel singolo territorio regionale: questo servira' a realizzare un sistema di maggiore equita' fiscale (soprattutto nei confronti delle Regioni del Nord) e, conseguentemente, realizzare una maggiore responsabilizzazione delle Regioni e delle Autonomie. Il risultato a cui puntiamo e' quello di spendere meno soldi pubblici per spenderli meglio. Siamo certi che vorrete condividere la necessita' e l'urgenza della nostra richiesta e per questo rimaniamo in attesa di una cortese e sollecita risposta", concludono Maroni, Cota e Zaia.

martedì 28 maggio 2013

Eclatante mossa improntata al puro stile goliardico mercoledì sera in Consiglio comunale. Gazzetta Adda

Lega e Pdl hanno spiazzato la Giunta. All’ordine del giorno un punto tutto sommato «barboso» dal quale sembrava impossibile aspettarsi scintille o particolare interesse: la nomina dei componenti della Commissione biblioteca. Sai che emozione: la maggioranza legge i suoi due nomi, l’opposizione legge il suo, in un minuto vengono ratificati e tutto finito.

Invece, guai a distrarsi quando ci sono di mezzo i politici cassanesi. Con un colpo da maestro degno del miglior film «Amici miei» Lega e Pdl hanno ribaltato la situazione in un amen, trasformando questo punto burocratico nella notizia della serata. A fronte dei due nomi scelti dalla maggioranza (Lorenzo Colombo del Pd ha indicato Daniela Valentini e Giulia Lonati ) è arrivata la bomba dell’opposizione:

«Nominiamo il dottor Luciano Cairati».

Apriti cielo: si tratta infatti dell’anziano più volte allontanato dalla biblioteca stessa per intemperanze, che in varie occasioni ha trasceso nei toni con la direttrice Manuela Vergani , infine interdetto con tanto di atto formale dal servizio stesso per un mese. La scorsa settimana scadeva il divieto e quindi Cairati è tornato a essere un uomo... libero. Libero di tornare a frequentare la biblioteca. Certo la ruggine con la Vergani è più che palpabile e la stessa direttrice (presente perché aveva illustrato le attività pochi minuti prima) è rimasta basita dalla nomina.

Da parte loro, i consiglieri di centrodestra se la ridevano sotto i baffi, mentre non l’ha presa bene il sindaco Roberto Maviglia che ha invitato gli uffici comunali a verificare se esistano cause di incompatibilità». Infatti, il provvedimento esecutivo ai danni di Cairati (per quanto discutibile vietare a un cittadino un servizio pubblico) rappresenta un precedente in grado di pesare nella vicenda. L’assessore Simona Merisi ha provato subito a stoppare: «Abbiamo l’articolo 8 del Regolamento che parla chiaro in proposito, l’interdizione è causa di ineleggibilità».

Ma il presidente dell’assise Aristide Caramelli non ha ravvisato questa evidenza, rimandando la decisione ad altra sede. Inutile dire che il prosieguo della discussione ha perso d’interesse: gli assessori si sono alzati per confabulare nel corridoio, il dirigente comunale Marco Galbusera presente fra il pubblico diceva la sua, la Merisi si rammaricava («Adesso la Commissione è bloccata finché non sarà presa una decisione in merito!») e lo stesso Cairati partecipava attivamente alla discussione. Al veleno l’assessore Arianna Moreschi: «Si vede che non avevano nessun altro in grado di ricoprire quel ruolo». Alla fine l’anziano ha dichiarato: «La nominami fa onore, ma non voglio essere fulcro di una polemica politica. Mi dimetterò». Per la cronaca, la Vergani aveva illustrato l’ottimo rendimento del servizio: 3.514 utenti nel 2012,



lunedì 27 maggio 2013

Maroni boccia i fondi al Sud: «Una porcata»

Il governatore della Lombardia: «I soldi alle sei regioni? Decisione che grida vendetta».

«Questa del governo riguardo lo stanziamento per la sanità è stata veramente altro che "porcellum", questa è stata una vera porcata». Così Roberto Maroni, segretario della Lega Nord e governatore della Lombardia, ha commentato l'anticipo di circa 2 miliardi a favore di sei regioni del Centro Sud (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise e Sicilia).Si tratta di un ok dato ai «piani di rientro». Ovvero tagli e risparmi per azzerare i pesanti deficit che, se accolti, vengono compensati, appunto, con l'anticipazione di fondi. Soldi da destinare in massima parte al pagamento dei debiti che Asl e aziende ospedaliere hanno nei confronti dei fornitori.

«LOMBARDIA, SACRIFICI INUTILI» - Ma lo stanziamento fa insorgere Maroni. «Grida vendetta questa decisione - ha detto il segretario federale della Lega Nord durante un comizio a Brescia - perchè la regione Lombardia ha fatto e fa grandi sacrifici per garantire il pareggio, la riduzione della spesa sanitaria. E poi scopriamo che questi sacrifici non servono a niente perchè chi spende e spande riceve gratis dal governo 2 miliardi di euro. Io mi incazzo un pò, se permettete».

RIENTRO, LAZIO RECORD - Queste, in dettaglio, le anticipazioni stabilite dal governo: Abruzzo (118 milioni di euro), Calabria (411 milioni), Campania (287 milioni), Lazio (540 milioni), Molise (63 milioni), Sicilia (500 milioni). Cifre che Maroni non digerisce proprio. «D'ora in avanti - ha assicurato il governatore lombardo - penso che anche la Lombardia debba fare come le altre regioni. Se il risultato è che taglio i costi della sanità, chiudo gli ospedali e in più gli altri ricevono i vantaggi, bene, sforo anch'io e così daranno anche a me 5,6,700 milioni, un miliardo di euro».

ZAIA: AL SUD COSTI DECUPLICATI - Non bastassero, alle parole pronunciate al comizio Maroni ha aggiunto anche quelle di un tweet, sabato 25: «Governo Letta: 2 miliardi alle regioni sprecone del Sud, zero euro alle imprese del Nord e agli esodati. Solita italica vergogna». Poi, ad accodarsi alle parole dell'ex ministro dell'Interno, è stato un altro governatore leghista, quella del Veneto Luca Zaia: «Direi che non era il momento nel senso che in questo Paese si premia Caino e si fustiga sempre di più Abele» ha detto governatore, riferendosi allo stanziamento. «Non era il momento - ha proseguito - perchè ancora prima di parlare di aiuti varrebbe la pena di imporre l'applicazione dei costi standard. L'esempio che faccio sempre è che se si applicassero i costi standard delle Regioni virtuose si risparmierebbero 30 miliardi di euro. Un pasto negli ospedali che da noi costa sei euro - ha concluso Zaia - in alcune regioni del Sud arriva a costare fino a 60-80 euro»

domenica 26 maggio 2013

Corriere La giunta arancione di Milano

Dall'allarme sicurezza alla denuncia dell'assessore D'Alfonso: «Con noi al potere non è cambiato niente»


Una rapida successione di fatti (dalla follia criminale del picconatore Kabobo alla rapina con le molotov in via della Spiga fino all'assedio dei centri sociali a Palazzo Marino) sta creando un corto circuito politico-mediatico sulla sicurezza a Milano. Episodi diversi non collegati fra loro mettono in evidenza visioni contrapposte su militari, polizia municipale e presidio del territorio lasciando immaginare una città spaventata e indifesa di fronte a un'offensiva sulla quale è difficile rispondere senza schierarsi. Eppure, nonostante gli allarmismi e i richiami alle mimetiche, Milano resta ancora una delle più sicure città italiane: polizia e carabinieri fanno del loro meglio, la rete sociale funziona, i volontari sul territorio sono attivi, le parrocchie di frontiera fanno argine al degrado.

Quel che non funziona a Milano, e si è visto in questi giorni, è la bussola della politica finita nel gorgo dei detti e contraddetti, fino allo sfogo di Franco D'Alfonso, uno degli assessori più vicini al sindaco Pisapia: «La macchina comunale è un imbarazzante trabiccolo, con noi al potere non è cambiato niente». Sentenza finale: «Questa giunta politicamente è sola». Analisi spietatamente lucida in una fase difficile della maggioranza arancione, appena uscita dal rimpasto che ha modellato la nuova struttura di comando a palazzo Marino e che - nonostante scuse di rito e pacificazione in corso - ridimensiona di fatto il modello Milano. Un modello appannato, in una fase delicata per le finanze del Comune, con i conti del bilancio da far quadrare (ci sono 400 milioni in meno) e i tanti sospesi da risolvere dentro e fuori Palazzo Marino.

La sicurezza è uno dei problemi aperti in una città che dopo le promesse chiede i fatti, una questione riesplosa con i tre poveri incolpevoli morti di Niguarda, surriscaldata dal tam tam dell'opposizione che rimprovera alla giunta l'eccesso di tolleranza nei confronti di rom e ambulanti, il suk itinerante che staziona davanti ad ospedali, semafori e vie della moda.

Non si può colpevolizzare un sindaco per una rapina o un episodio criminoso, ma la mancanza di risposte, per una maggioranza che aveva fatto della partecipazione e dell'ascolto il programma vincente, sta diventando un fattore di debolezza che incrocia un sentimento diffuso, sul quale ormai si esercitano in tanti: che cosa sta facendo Milano nella crisi, quali segnali offre al Paese, che strategia ha scelto per l'Expo sul territorio dopo aver stracciato il programma dell'ex assessore alla Cultura Boeri, liquidato con un fax in quattro e quattr'otto perchè sgradito al sindaco?

«Milano tace, tace su tutto», scrive sul blog di Reset l'economista Marco Vitale, sostenitore deluso della giunta di sinistra, che quasi rivaluta la stagione di Albertini, «visibile e percepibile, pur con le sue teorie sbagliate da amministratore di condominio. E questa è una cosa triste che rattrista...».

Per intercettare il senso di marcia di Milano a due anni esatti dal voto, con il nuovo cerchio magico attorno a Pisapia che ha nel vicesindaco Ada de Cesaris l'assessore di punta, bisogna fare un'acrobazia beckettiana: il clima, aggravato dalla crisi, è quello di Aspettando Godot. "Possiamo andare?" chiede Vladimiro ad Estragone, "Si, andiamo", risponde l'altro. Ma poi nessuno si muove. Lo stallo è il male oscuro di una maggioranza che considera nemico chiunque si mostri in disaccordo con le scelte (o le non scelte del palazzo). E questo vale per il sovrintendente della Scala come per i vigili urbani che i cittadini non vedono nelle strade: sono tremila, ma sembrano scomparsi.

Il caso sicurezza si innesta su una debolezza politica che la denuncia dell'assessore D'Alfonso rende evidente. Anche se la pace finale con il sindaco ammorbidirà tutto, resta sullo sfondo l'immagine «di una città stanca, a volte impaurita, quasi affranta», dice un funzionario comunale. Milano si porta addosso un senso di smarrimento sul quale è doveroso e giusto interrogarsi. Perchè non è questo il suo ruolo: deve reagire, trovare una rotta. E perchè le richieste dei cittadini anche su una reale paura sottovalutata meritano risposte. Non si alzano muri nei momenti difficili.



sabato 25 maggio 2013

Il corriere - Le manovrette dei Cinque Stelle

Dove sono finiti reddito minimo, Irap, Equitalia, Imu? Sui parlamentari di Grillo sembra sceso un velo d'indifferenza

Quando un governo ancora non c'era, dicevano che il Parlamento avrebbe potuto funzionare nella pienezza delle sue prerogative, anche facendo a meno dell'esecutivo. Ma da quando un governo c'è, discettano compulsivamente solo di diarie, rimborsi, scontrini. Proposte di legge di quelli che in teoria dovrebbero interessare la «gente»? Zero: solo manovrette della più tradizionale bassa cucina della politica, come l'iniziativa sull'ineleggibilità di Berlusconi architettata per stanare il Pd e lucrare sulla sua devastante crisi. Ma davvero il Movimento 5 Stelle crede di star offrendo uno spettacolo di efficienza e operosità parlamentare a chi sperava che la «società civile» avrebbe avuto finalmente voce dentro le istituzioni?



Si può essere efficienti anche dall'opposizione, imporre l'attenzione su alcuni provvedimenti, migliorare alcune leggi partorite dalla maggioranza e sulle quali non si è in disaccordo, fare proposte di legge, contribuire a stabilire un calendario di iniziative parlamentari, lavorare sodo nelle Commissioni, magari con minore eco mediatica ma con un'attività utile non solo al gruppo cui si appartiene, divulgare all'esterno ciò che accade nelle stanze in penombra del «Palazzo». Ma i parlamentari del 5 Stelle non sembrano portatori di qualche competenza. Difficile capire cosa sia esattamente la «società civile», ma è difficile immaginare che nella «società civile» si agitino questioni come quelle che ossessionano i grillini.

Non fanno che parlare di «streaming», stanno sempre a discutere sul blog della casa, si controllano l'un l'altro con uno zelo sconosciuto persino nei vecchi partiti centralizzati, istruiscono processi a chi ha osato recarsi a una trasmissione tv sgradita al Capo, usano in forme maniacali la parola «rendicontazione»: non che la rendicontazione non sia importante ma non può nemmeno essere il principio e la fine di ogni interesse. Lo scontrino è diventato un feticcio, la diaria rifiutata un segno di identità. Sono prigionieri delle loro liturgie, come se il chiamarsi «cittadini» anziché «onorevoli» fosse la cosa più importante del momento.

E il reddito minimo garantito? Il premier Letta ne aveva persino accennato nel suo discorso per la fiducia. Ma i deputati 5 Stelle non lo incalzano, non lo mettono alle strette, non chiedono l'applicazione, almeno in parte, di un provvedimento che considerano decisivo e indispensabile. Beppe Grillo aveva detto che i deputati del suo Movimento avrebbero votato, fiducia a parte ovviamente, caso per caso. Ma questi buoni propositi sembrano svaniti. Prima ancora del voto sembra che un velo di indifferenza sia calato tra i parlamentari di Grillo e le cose che sarebbe necessario fare. E l'unico oggetto degno di attenzione appare il contenzioso sui portavoce, sui soldi dei rimborsi, sulle questioni interne al movimento.

In campagna elettorale Grillo parlava di Imu, di Irap, di Equitalia. Ma tutto appare avvolto da una nebbia. La questione della pubblicità delle discussioni interne, e il controllo reciproco sui comportamenti altrui, hanno preso il sopravvento su tutto il resto. Gli altri partiti sono in difficoltà. Alcuni addirittura annaspano, commettono errori sconcertanti come la proposta per sbarrare a movimenti come quello di Grillo la porta delle elezioni. Ma il Movimento 5 Stelle non dà un'immagine molto diversa da quella offerta dai partiti tradizionali. Le sirene del Palazzo lo stanno conquistando. La «società civile» tanto lodata, alla fine sparisce. Come bilancio dei primi tre mesi della nuova legislatura, il risultato appare sconfortante.

Pierluigi Battista