martedì 17 aprile 2012

Davide Boni annuncia le sue dimissioni «Faccio un passo indietro, come Bossi»

MILANO - Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il leghista Davide Boni, si dimette dalla carica. La voce delle sue dimissioni, che da giorni circolava negli ambienti regionali, diventa ora un dato di fatto e l'annuncio sarà dato dallo stesso Boni attorno alle 14 nel corso di una conferenza stampa convocata al Pirellone. Dal consiglio regionale si sono dimessi nei giorni scorsi Renzo Bossi, e Monica Rizzi (Lega) e Stefano Maullu (Pdl). Anche Filippo Penati si è dimesso dalla carica di vicepresidente, rimanendo però consigliere, come potrebbe fare lo stesso Boni. «Davide Boni si è dimesso, è un gesto apprezzabile, sottolinea questo nuovo corso che la Lega ha preso», ha detto Roberto Maroni - parte del triumvirato che sta guidando la Lega - intervenendo all'emittente locale bergamasca Radio Pianeta. «Voglio che in Regione Lombardia si affermi il nostro nuovo principio: largo ai giovani - ha aggiunto Maroni -. Ne abbiamo tanti, sceglieremo un giovane che vada a presiedere il consiglio regionale».

LA LEGA NON HA CHIESTO DIMISSIONI - «Il triumvirato, sia in precedenza, sia in occasione della riunione con i Consiglieri regionali, durante la quale sono state discusse le dimissioni di Monica Rizzi, non ha mai chiesto le mie dimissioni, rinnovandomi la fiducia», afferma Davide Boni in una nota. «Peraltro fin da subito la Segreteria politica federale, alla quale ho dato le mie spiegazioni, mi ha concesso fiducia incondizionata, confermandola nel tempo. In funzione di quanto ha fatto il mio Segretario federale, Umberto Bossi, che ha fatto un passo indietro per agevolare una serena condizione politica per il movimento, faccio anch’io un passo indietro, precisando che nessuno me l’ha mai chiesto, in totale autonomia, quindi, ed in assenza di qualsivoglia nuovo elemento riguardante le indagini che mi hanno mio malgrado coinvolto. Dopo 22 anni di militanza non posso e non voglio però fare altro, ancora una volta, che seguire l’esempio del mio Segretario federale, Umberto Bossi, al quale già rimisi il mandato un mese fa. Se fa un passo indietro lui, diviene un imperativo morale per me seguirlo»

Questa e' la LEGA!!!

MILANO - Modesto Verderio non è un militante qualunque della Lega Nord, è uno che con le sue denuncie alla magistratura è riuscito a infierire durissimi colpi alla ‘ndrangheta in Lombardia. Decine di arresti e sequestri di beni al potente clan di Vincenzo Rispoli di Cirò Marina, nel Crotonese, che da una vita faceva il buono e il cattivo tempo non soltanto a Lonate Pozzolo, ma a Varese, Busto e Malpensa. 

Ora che gli scandali che scuotono le fondamenta della Lega Nord si fanno sentire, ci riceve a Sant’Antonino, frazione di Lonate Pozzolo, dove è presidente del consorzio del depuratore. In silenzio e senza lamentarsi lotta con un tumore, che non gli impedisce di continuare un lavoro politico iniziato molti anni addietro. Quello che lo sconvolge di più non è la malattia ma gli scandali economici che colpiscono la sua Lega: «Non riesco a darmi una spiegazione di come Belsito sia riuscito a diventare tesoriere della Lega e nessuno si sia accorto dei guai che combinava». Maneggiando la pipa scuote leggermente la testa e ripete a voce bassa quasi a parlare con se stesso «un tesoriere legato alla ‘ndrangheta, che vergogna!».


Alla fine degli anni ottanta entra in Lega, e li che conosce Umberto Bossi e i due diventano immediatamente amici. «Facevamo miglia di chilometri al giorno, andavamo di comizio in comizio per diffondere le nostre idee. A quei tempi non avevamo una lira e parlare di rimborsi spesa era una chimera». Il partito più volte gli offre un posto a Roma, da deputato nazionale. Lui rifiuta, e allora come oggi, continua a credere che la vera politica si svolga nelle amministrazioni locali. Dove la gente può concretamente valutare il comportamento politico. 

Ora si mostra sconvolto dal fatto che molte sedi locali della Lega siano chiuse o stiano per chiudere per mancanza di soldi. «Noi non abbiamo i soldi per pagare la luce, il gas, l’affitto delle sedi e veniamo a sapere dai giornali che i nostri soldi sono finiti in Tanzania o in Cipro». Parlare con Modesto Verderio, ti fa capire quale sia l’aria che tira nella base, tra i leghisti che ancora pensano che il loro sia un partito diverso. Sul amico Bossi, Verderio si mostra scettico: «Secondo me la malattia che ha avuto lo ha isolato dal suo popolo e lo ha messo nelle mani di quei pochi che ora vengono definiti come “il cerchio magico”». È uno che ancora è convinto che Umberto non sapesse nulla di quello che accadeva, anche se nei confronti del Trota - quel figlio del leader leghista che oltre al mega stipendio da consigliere regionale prendeva dalle casse del partito pure i 50 euro dei soldi della benzina della macchina della scorta - ha molti dubbi e un giudizio che non lascia scampo a dubbi. «Ma ti rendi conto – sbotta mentre viaggia in macchina in questa terra di ‘ndragheta al Nord – che noi, per riuscire andare avanti, ci siamo auto tassati e proprio il figlio del segretario….che vergogna..che vergogna!». Quello che accadrà nessuno lo sa. Modesto Verderio è preoccupato come molti altri leghisti della base. Alla domanda se un domani si scoprisse che Bossi sapeva sia dei traffici del tesorere Belsito, sia dei presunti rapporti tra la Lega e il procacciatore d'affari della 'ndrangheta Romolo Girardelli, sia dei soldi in Tanzania lui risponde con gli occhi umidi: «Sarebbe la fine di un sogno, sarebbe davvero la fine»

Interpellanza - ruolo del Vice Sindaco

Di seguito il testo di una nuova interpellanza, che hanno firmato quasi tutti i Consiglieri di minoranza.
Questa volta vogliamo veramente che ci dicano che ruolo ha all interno della cooperativa Punto d'Incontro il Vice Sindaco Caglio. Non ci accontentiamo delle solite storielle!!



Riina Jr. a Padova, la Lega: "Stop a questa migrazione"

IERI L'ARRIVO DI RIINA A PADOVA: LAVORERÀ E STUDIERÀ ALL'UNIVERSITÀ. ZAIA ATTACCA: "NO AI DELINQUENTI DA ESPORTAZIONE". IL FIGLIO DEL BOSS: "VOGLIO UNA VITA NORMALE"


"Non possono esistere i delinquenti da esportazione". Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia non nasconde il proprio nervosismo. Lo dice chiaramente: "Questi personaggi devono scontare il loro periodo di soggiorno obbligatori nei territori di origine".
Perché il precedente di Giuseppe Salvatore Riina, figlio 35enne del boss mafioso Totò Riina, rischia di essere un brutto precedente. Dopo mesi di polemiche e di lotte in tribunale Riina è infatti arrivato a Padova per restarci: si è pure iscritto all’università e, adesso, spera di "riuscire a costruirsi una vita normale".
Il figlio del boss di Corleone è sbarcato ieri pomeriggio al Marco Polo di Venezia. Al suo fianco l'avvocato vicentino, Francesca Casarotto. Insieme a lui è stato "sorpreso" da un fiume di giornalisti non lontano dalla stazione ferroviaria di Padova dove ha raccontato di aver scelto Padova perché la ritiene "una città splendida". "Ho trascorso due anni in carcere a Padova e sono venuto in contatto con alcune Onlus che mi hanno convinto a scegliere questo luogo", ha spiegato Riina Jr. confermando, come già anticipato dai quotidiani locali, di volere cercare un lavoro.
Lo scorso ottobre il figlio del boss ha finito di scontare nel carcere di Voghera una condanna a otto anni e dieci mesi per associazione mafiosa. Adesso sarà impegnato a lavorare nella Onlus "Famiglie contro la droga e l’emarginazione". La decisione del tribunale di mandare Riina Jr. a Padova non è affatto piaciuta al Carroccio. "Sono decenni che ci mandano qua uomini di mafia e di ndrangheta - ha tuonato il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini - lo fanno perchè pensano che sradicandoli dal loro territorio certi personaggi non nuociano o cambino, ma i tempi sono cambiati, sono cambiate le mafie e questa pratica non ha alcun senso anzi è pericolosa per territori appetibili per la malavita organizzata". Sabato prossimo il Carroccio scenderà in piazza per protestare. Padova sarà invasa dai gazebo per raccogliere le firme contro la decisione del tribunale. "Il Veneto non lo vuole", ha tagliato corto Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella e parlamentare leghista.
Commentando le critiche dei leghisti, il figlio del ha osservato di "non conoscere né la Lega né la Padania: sono un uomo del sud e credo nell’Italia". Così, dopo aver ribadito di"cercare una vita normale", Riina Jr. è passato dalla questura di Padova per la sua prima firma obbligatoria. Rito che dovrà ripetere quotidianamente.

Ora devo tenere unita la Lega

Io adesso devo tenere unita la Lega - è già in atto la pulizia
"Umberto Bossi: «Io adesso devo stare un passo indietro. L'unica cosa che posso fare adesso è cercare di tenere unito tutto, tenere unita la Lega, evitare che ci siano scontri tra i dirigenti. Li aiuto un po', faccio quello che posso. Io adesso devo stare lontano, non posso fare altro, devo stare un passo indietro, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda. È già in atto la pulizia, e c'è già chi la deve fare». Così Umberto Bossi, con tono deciso, replica quando gli si chiede se stia lavorando a fare pulizia dopo la bufera giudiziaria".

lunedì 16 aprile 2012

Regione Lombadia - Monica Rizzi si dimette da Assessore

Milano, 16 apr. - Monica Rizzi, si dimette da assessore della Regione Lombardia. Lo ha annunciato lei stessa in una nota. "Nonostante siano chiuse le inchieste che mi vedevano coinvolta ed addirittura vi e' stata la remissione della denuncia per dossieraggio nei miei confronti - spiega Rizzi - alla richiesta del mio partito di fare un passo indietro rispondo obbedisco, come ho fatto nel 2010 per candidare Renzo Bossi e in tutti questi 24 anni di Lega Nord.

Per questo ho firmato le mie dimissioni rimettendo le mie deleghe nelle mani di Roberto Maroni e Roberto Calderoli membri del triumvirato della Lega Nord per l'indipendenza della Padania. Ringrazio infinitamente Umberto Bossi per la splendida esperienza che mi ha permesso di fare in questi 2 ultimi anni"

Matteo Salvini: "Che cosa sta succedendo con la Lega?" - VIDEO

Continuo a sperare che buona parte di quello che stiamo leggendo sia infondato. Se fosse vero anche solo la metà di quello che si dice, ci sarebbe da preoccuparsi un bel po'.
Abbiamo vigilato poco, nella Lega ognugno fa il suo: il sindaco amministra, il parlamentare europeo va a Strasburgo... Io da segretario provinciale non andavo a spulciare i bilanci. Ci fidavamo. Ora ci affidiamo a tre persone, più una società esterna.
Rispetto a tutti quelli che ci dicono che siamo uguali agli altri partiti, vorrei rispondere che osservatori esterni (tra cui persino Marco Travaglio) ci hanno riconosciuto il nostro impegno alla pulizia, che abbiamo preso davanti a 5000 persone e in diretta streaming e tv.
Ci siamo impegnati a rinnovare tutti i dirigenti entro giugno.
Matteo Salvini

Scuola, reclutamento presidi da rivedere. Così penalizza le regioni rigorose

Ci sono regioni dove, nonostante il buon livello medio di preparazione certificato dalle indagini internazionali, non si trova un numero sufficiente di candidati alla dirigenza scolastica in grado di superare le prove di idoneità. Sul caso più recente, in Friuli-Venezia Giulia, il senatore Mario Pittoni, capogruppo della Lega Nord in commissione Cultura del Senato, ha presentato un’interrogazione a Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione. 

Nel documento si ricorda che i candidati della regione, presentatisi alla prova preselettiva nazionale in oltre 400, l’hanno superata in 122 (tre dei quali concorrenti per le scuole di lingua slovena), ottenendo complessivamente un risultato di eccellenza. La percentuale di ammessi agli scritti è stata infatti del 31%, a fronte di un dato medio nazionale del 25%. Dopo le due prove scritte regionali, sono però stati ammessi all’orale solo 36 candidati di lingua italiana e 2 di lingua slovena, quando il bando di concorso prevede per il Friuli-Venezia Giulia 43 posti per i candidati di lingua italiana e 3 per quelli di lingua slovena.

Non meno di 7 posti di dirigenza di lingua italiana rimarranno quindi scoperti, senza contare che a norma dell’art. 7 co.3 del DPR 10 Luglio 2008 n° 140 “le graduatorie hanno validità triennale a decorrere dalla data della pubblicazione”, con il rischio dunque che per le dirigenze vacanti, in mancanza di “idonei” del posto, scatti l’ennesimo trasferimento di colleghi dal Meridione.

«La prima cosa da fare – spiega Pittoni – era ovviamente di chiedere al ministro “quali iniziative intenda assumere per verificare e rassicurare sulla circostanza che lo svolgimento dell’attività della Commissione regionale sia stato conforme ai principi di efficacia, trasparenza ed efficienza, nel pieno rispetto delle normative vigenti, con particolare riferimento agli indirizzi informatori della Pubblica Amministrazione”. Ma il vero problema sta nel meccanismo che, così com’è, penalizza le regioni che vorrebbe portare un po’ di serietà nelle valutazioni. Per questo motivo proporremo una revisione del sistema di reclutamento dei dirigenti scolastici, ispirato al progetto che abbiamo presentato al ministro per l’assunzione dei docenti, basato su graduatorie regionali. Basta “idoneità”: l’accesso al posto (dopo aver scelto in assoluta libertà la regione dove candidarsi, in ossequio a Costituzione e normativa europea), dipenderà dalla posizione in lista sulla base del punteggio. I 4/5 dei punti si dovranno però guadagnare sottoponendosi a una valutazione approfondita a parità di condizioni con gli altri iscritti in quella regione. Questo – conclude Pittoni - fungerà da “calmiere” ai vari tentativi per ottenere spostamenti dalle zone con meno opportunità di lavoro ma valutazioni “generose”, a quelle con più posti disponibili ma maggiore rigore nei voti, evitando che candidati valutati con manica larga in altre realtà possano scavalcare chi effettivamente merita».

domenica 15 aprile 2012

La macchina del fango contro la Lega: sei Procure indagano sul nulla

Milano, Napoli, Reggio Calabria, Genova, Bologna, Reggio Emilia. Sono ben sei le Procure, e una decina di magistrati, ad indagare sulla gestione dei rimborsi elettorali della Lega. Uno spiegamento di forze impensabile, soprattutto se paragonato al ben più clemente atteggiamento adottato dalla magistratura nei confronti della vicenda Lusi e dei soldi sottratti dalle casse della Margherita “all’insaputa di Rutelli”.
Sembra strano, ma l’inchiesta giudiziaria in sé non è particolarmente rilevante, né lo sarà nel remoto caso di rinvii a giudizio a carico di esponenti del Carroccio.
In realtà è l’opera di disinformazione mediatica a giocare un ruolo decisivo nella vicenda: titoloni, intercettazioni pubblicate, condivisioni sui social network, con conseguente “tsunami” in uno sconvolto elettorato leghista e ancor più dentro il partito stesso.
Quelli che sono gli equilibri e le dinamiche interne della Lega, con eventuali correnti, rivalità, scalate al vertice del movimento, sono ovviamente problemi esclusivi del Carroccio, anche se gli organi di informazione puntano a trasformare il tutto in una questione nazionale.
All’opinione pubblica dovrebbe semmai interessare l’aspetto giudiziario, ossia la possibilità che esponenti della Lega abbiano commesso reati. Ebbene, questa possibilità è assai remota.
Anche se dalla pubblicazione delle intercettazioni sembrerebbe il contrario, non sono certo il fidanzato di Rosy Mauro, le auto di lusso, le multe e gli studi di Renzo Bossi, l’operazione chirurgica al naso di Eridano Bossi, i bonifici per le polizze della casa di Umberto Bossi a poter interessare i magistrati.
Si parla di rimborsi elettorali, che come si sa provengono sì dalle tasche dei cittadini, ma una volta che finiscono nelle casse del partito diventano privati. Non esiste alcun vincolo su come spenderli.
Come per gli investimenti in Tanzania e Cipro, i “soldi sottratti alla Lega” da parte del tesoriere Francesco Belsito, per operazioni che nulla hanno a che vedere con campagne elettorali o spese per il movimento, non possono costituire alcuna notizia di reato.
Ad interessare le Procure è semmai la presenza di eventuali irregolarità di bilancio o pagamenti in nero, sulla base di testimonianze – strano ma vero – di alcuni ex esponenti del Carroccio buttati fuori dal partito.
L’ipotesi che i magistrati mettono sul piatto è che le entrate nelle casse della Lega non siano regolarmente contabilizzate. Senza tale ipotesi, nessuna indagine sarebbe potuta partire. Con questa ipotesi, invece, le indagini sono giustificate, e può essere avviata la macchina del fango con tanto di pezzi di intercettazioni pubblicati su tutti i giornali. Se poi non è vero che vi sono irregolarità di bilancio nella Lega, poco importa: ormai il fango è stato gettato, con tutte le conseguenze del caso.
Il problema però è solo uno, e non certo di poco conto: se una simile ipotesi di entrate non contabilizzate fosse valida e suffragata da indizi credibili, ci sarebbe la concreta possibilità che il tesoriere faccia sparire le prove insabbiando tutto in men che non si dica. Non sarebbe certo difficile. Dovrebbe quindi scattare la custodia cautelare pressoché immediata a carico di Francesco Belsito, ma, a quasi una settimana di distanza dall’esplosione del bubbone giudiziario, l’ex tesoriere della Lega dimissionato dal partito è ancora libero.
C’è qualcosa che non va.
Veniamo ai personaggi chiave dell’inchiesta. Carla Rustichelli, ex tesoriera della Lega a Bologna, è stata espulsa nel 2009: oggi accusa lo stesso partito da cui è stata cacciata. Idem Alberto Veronesi, ex leghista che nel 2010 aveva già presentato un esposto per illeciti nella gestione dei rimborsi elettorali: caso archiviato quasi subito; Helga Giordano, ex dipendente della Lega cacciata perché accusata di aver truffato una militante; Cristina Berlanda, una dei quattro revisori dei conti della Lega, la quale sostiene di non aver più messo piede in via Bellerio da anni e non aver più firmato documenti.
Questi sono i principali accusatori.
I grandi “maneggioni” sono invece “autorevoli” e “influenti” personaggi dei quali non si è quasi mai parlato fino a due mesi fa. Perfetti sconosciuti. Bruno Mafrici, consulente legale mai diventato avvocato; Romolo Girardelli, detto “l’ammiraglio”, procacciatore d’affari per la criminalità organizzata che secondo gli inquirenti avrebbe avuto contatti con Belsito; Stefano Bonet, consulente finanziario che avrebbe contatti persino con il Vaticano.
Ma chi sono costoro? Perché su questi personaggi non si trova alcuna notizia più vecchia di due mesi fa?
Lo “scandalo Lega” non è quindi un vero scandalo giudiziario, ma nasce dalla solita opera di disinformazione dei media. E dalla pubblicazione di intercettazioni telefoniche che, come ormai si sa, sono filtrate e montate dai giornalisti che le pubblicano, sono regalate dai magistrati ai giornalisti in modo illegale e al solo scopo di strumentalizzazione politica, spesso sono estranee al contesto delle indagini e non vengono mai utilizzate in fase di dibattimento quando (e se) parte il processo. La vicenda Lega rientra perfettamente in questa casistica: la pubblicazione delle intercettazioni è servita a gettare fango sul movimento, acuire le divisioni interne, far infuriare i militanti. Ma difficilmente ci saranno risvolti giudiziari.

Soldi ai partiti, la Lega rinuncia a ultima tranche rimborsi elettorali

''La Lega Nord rinuncia all'ultima tranche dei rimborsi elettorali e chiede a tutti i partiti di fare lo stesso devolvendo somme in beneficienza o alle Ong''. Lo afferma il presidente dei deputati della Lega Nord, Gianpaolo Dozzo.

''E' una decisione che abbiamo già preso ieri e che rendiamo nota al fine di evitare eventuali strumentalizzazioni nei nostri confronti - precisa - nel momento in cui in Parlamento si discute della proposta di legge sulla trasparenza dei partiti''.

ORGOGLIO LEGHISTA: Il discorso di Roberto Maroni a Bergamo - VIDEO INTEGRALE

Video del discorso integrale di Roberto Maroni a Bergamo, durante la manifestazione "Orgoglio Leghista" di martedì 10 aprile.

sabato 14 aprile 2012

Giuliano Ferrara ~ «la Lega è una cosa seria»

Direttore, qual è il ragionamento politico che sta dietro al suo intervento così partecipato in difesa della Carroccio?
«Il fatto che ritengo i recenti, continui, attacchi alla Lega del tutto ingiusti».
Intende quelli politici e giudiziari?
«Guardi, mettiamoci anche quelli mediatici che fanno finire sotto processo la politica nel suo insieme».
C’è una regia ben precisa, dunque…
«A dire il vero più che una macchinazione, credo si nasconda un indebolimento oggettivo del “soggetto” Lega».
I sondaggi dicono esattamente il contrario, il movimento è in piena salute…
«Intendo dire che oggi la Lega è all’opposizione, diventa un bersaglio facile su cui sparare».
Sul fronte giudiziario, però, il Carroccio ha rigettato con sdegno ogni accusa, facendo quadrato attorno ai propri uomini…
«E ha fatto bene. Io tendo a considerare le inchieste sulla corruzione come un fattore collaterale».
Per eccesso di garantismo?
«No, perché ritengo che gli episodi individuali siano, evidentemente, censurabili e, come tali, vadano perseguiti dalla magistratura, ma quando la questione si lega ai partiti, penso si tratti di un problema politico che va risolto con l’intervento della politica stessa».
A cosa si riferisce?
«Al finanziamento pubblico dei partiti. La raccolta di risorse i partiti devono farla rivolgendosi ai propri sostenitori, servendosi di comitati elettorali, non più ricevendo direttamente denaro pubblico. È un istituto che va progressivamente cancellato. Dobbiamo fare come negli Stati Uniti: i partiti raccolgono quel poco dai tesserati, dai sostenitori, sono poi i singoli candidati che vanno a battere cassa dagli sponsor. Con assoluta trasparenza».
Torniamo alla Lega?
«Va bene. Allora le dico che ritengo la Lega un patrimonio nazionale».
Nazionale è una parola grossa…
«Tutt’altro. A Qui Radio Londra ho sostenuto che la Lega è stata importante per la crescita civile del Paese, che è una cosa seria, un movimento politico che ha dato inizio allo smantellamento della Prima Repubblica molto prima che arrivassero i magistrati a farlo».
Per questo l’ho chiamata…
«Perché? Detto da me che sono di estrazione borghese, di fede romanocentrica, che ritengo non consentanea alle necessità dell’Italia una divisione del Paese le sembra così strano?».
Solo un po’…
«Sono considerazioni oggettive. La Lega ha dimostrato negli anni una grande capacità di governo territoriale, ha fatto una battaglia intelligente sul federalismo, ha espresso amministratori competenti come Roberto Maroniche, nel suo periodo da ministro dell’Interno, ha cacciato in galera più mafiosi che in tutta la storia della Repubblica…».
Sono questi, dunque, i motivi che l’hanno spinta a difendere il Carroccio in televisione?
«Certo. E dico anche che considerare il percorso leghista un’avventura plebea è una gran cretinata. Come il fatto di continuare ad attaccarla».
Proprio nessuna critica? Possibile?
«Andiamoci piano. Secondo me dovrebbe fare meglio opposizione, in maniera più persuasiva, più convincente, meno gridata, puntare sui contenuti, meno sulla propaganda».
Beh, magari non è così semplice se di fronte ci si trova improvvisamente un Governo che non rappresenta il popolo, sostenuto da una maggioranza diversa rispetto a quella indicata alle ultime elezioni…
«Vede, nonostante tutto, io credo la politica abbia fatto talmente tanta bisboccia negli ultimi anni da far sì che, tutto sommato, l’opinione pubblica abbia assorbito “il colpo” Monti, diciamo, con un certo consenso».
Detta così sembra convinto il professore possa arrivare fino al 2013…
«E pure mettendo un’ipoteca sul futuro…».
È un Esecutivo più tecnico o più politico?
«È un Governo che indossa il vestito da tecnico ma che, nella sostanza, è un prodotto di sole scelte politiche».
Che mi dice del Pdl?
«Che deve sciogliersi».
Interessante, sparendo del tutto?
«No, deve entrare in un aggregato moderato, liberale e riformatore».
Traduco: in un nuovo partito con il compito di recuperare qualche pezzo perso lungo il percorso?
«Perché no? Io gliel’avevo detto a Berlusconi di non cacciare Casini, di non cacciare Fini…».
E, invece?
«E, invece, è andata esattamente nel modo opposto».
Un’ultima cosa. Del senatore Lusi che vaticina l’esplosione del centrosinistra per via delle note inchieste giudiziarie che lo riguardano?
«State certi che non succederà. Per Lusi è solo un modo per mettersi al riparo».

“Altro che Monti, la Padania c’è e vincerà”

Il federalismo fiscale, chi se lo ricorda più? Al momento è scomparso dalle agende della politica ma, quando l’emergenza sarà rientrata, l’argomento ritornerà. Lo assicura a Linkiesta Stefano Bruno Galli, docente di Storia della Società alla Statale di Milano e vicino al Carroccio. A riprenderlo in mano sarà ancora la Lega, che agirà in una forma nuova, non più attraverso l’autoriforma delle istituzioni. Dietro, c’è ancora il consenso del Nord, o meglio della Padania. Che, spiega Galli, esiste davvero.


La Lega è nella bufera, ma conta poco: la sua istanza fondativa, cioè la questione settentrionale, resta vivo. Almeno, è quello che sostiene Stefano Bruno Galli, politologo leghista, intellettuale del Carroccio, docente di Storia della società e delle istituzioni all’Università Statale di Milano. Ma, a parte la tempesta ai vertici del partito di questi giorni, da tempo è scomparso dalla scena politica un protagonista della scorsa stagione. Era la parola d’ordine del governo Berlusconi, la bandiera del movimento e il toccasana dei conti del Paese. Ma ora, che fine ha fatto il federalismo? Il progetto leghista è rimasto bloccato a metà dall’interruzione del governo Berlusconi. E sembra che il nuovo governo non abbia alcuna intenzione di riportarlo in vita.

Come mai il federalismo è scomparso dall’agenda politica?
Perché costa troppo. Comunque, il progetto non è stato abbandonato. Al momento, è congelato. Ma il motivo è chiaro. Il governo Monti che – diciamolo – è il frutto di uno strappo costituzionale, è stato chiamato per tenere sotto controllo i conti pubblici. E la legge 42/2009, cioè l’attuazione del federalismo fiscale, costa troppo. Non a pieno regime, sia chiaro, ma nella sua attuazione. Il nodo è nei grandi costi della sanità, che arriva a toccare l’80% delle spese delle regioni. L’obiettivo era riequilibrare le spese ed eliminare le grosse disparità nel Paese. Quindi, un problema di costi. Ma, in ogni caso, un paese civile potrebbe comunque adottare dei costi standard per le regioni e passare a un diverso sistema per stabilire il sistema di trasferimenti alle regioni. E abbandonare il criterio della spesa storica.


Ma la sparizione non rivela anche un’opposizione ideologica al progetto?
No, e perché mai? Tra i ministri del governo figura anche Giarda: molto competente di federalismo, studioso di spessore. Il punto è che Monti ha scelto un approccio centralista, con una tesoreria unica e il blocco del patto di stabilità. Ha guardato i conti in modo, diciamo, “distratto”, cioè alle spese in essere, ma, anche se il centralismo è duro a morire, il problema della fiscalità delle regioni rimane. In questo modo, le ricadute sono finite sulle categorie produttive: un male, perché innescano un meccanismo disgregativo nella società.

Ma dopo Monti ci sarà ancora un partito che parlerà di federalismo?
Sì. La proposta è nata in un’ epoca storica, in alcune regioni italiane, e non senza motivo. Da un lato, al Nord si era imposto un sistematico drenaggio di risorse fin dagli anni ’80. E allora, il saccheggio fiscale ha alimentato tendenze all’anti-politica e all’anti-stato.

Che significa?
Semplice: l’imprenditore, la classe produttiva, aveva sempre delegato ad altri la politica. Solo quando la politica comincia a danneggiarlo, comincia a occuparsene in prima persona. E allora non vota più per la Dc, ma per la Lega. Lo stato appare come un predone. Ma l’unico partito a mettere al centro la proposta è stato solo il Carroccio. Forza Italia si rivolgeva allo stesso target, erodendo il consenso della Lega. Per questo Bossi aveva deciso per l’affratellamento: contenere la fuga di voti e portare in alto la questione settentrionale.

Sì, ma ora? Che fine farà il federalismo?
Il problema c’è ancora. Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna rappresentano quasi il 70% del Pil del Paese. Da sole, alimentano tutta l’Italia. Ma nessuno le difende: nel 2011, le piccole imprese hanno perso 50 miliardi di euro di fatturato. Chi può tutelarle? Solo la Lega Nord. Per questo dico che lo spazio politico c’è ancora. Del resto, Bossi si è dimesso dicendo una cosa importante: «Lo faccio per il movimento, per i militanti».

Sì, ma se il problema c’è ancora, vuol dire che la Lega non è riuscita a risolverlo. La base non è delusa?
Lo era. Era delusa fino a qualche tempo fa. Fino a quando la Lega ha provato a provato a promuovere le riforme dall’interno del sistema, cioè attraverso la politica nazionale.

È quello che ha fatto.
Sì, ma l’autoriforma delle istituzioni funziona per le piccole politiche, non per le grandi. Altrimenti, si finisce alla ghigliottina, come è successo a Luigi XVI, che aveva convocato gli Stati Generali per riformare da dentro il sistema. Ora, la Lega ha preso atto di questo: per quella via non si può.

E allora?
E allora da tempo c’è in atto un ritorno alle radici. No a Monti, no a Silvio Berlusconi, sì al territorio. Ora cerca un nuovo metodo per promuovere il cambiamento del Paese: fare pressione, forte di un consenso ampio e solido. Per carità, sia chiaro, non parlo di pistole o fucili: è altro.

Lobbismo?
Sì, un lobbismo che passa attraverso le classi produttive. È inutile girarci intorno. Lo si vede anche dalle vicende di malfunzionamento dello Stato, che le dinamiche della politica prescindono dal bene comune. E allora i partiti sono solo espressioni di interessi contrapposti, in conflitto tra loro, di ogni tipo.

E la Lega chi esprimerebbe?
Tante realtà. I piccoli imprenditori in crisi, per esempio. La dimensione economico-produttiva ha una grande importanza. Ma non solo: anche tutti quelli che vogliono meno burocrazia, più facilità e più trasparenza. Tutti quelli che promuovono le virtù civiche. E anche i pensionati, che la Lega ha difeso anche a rischio di far cadere il governo Berlusconi. Ecco, queste realtà, e i piccoli imprenditori colpiti dalla crisi in particolare, hanno una collocazione territoriale precisa.

Il Nord, immagino.
Sì. La Padania.

Padania?
Sì. La Padania, secondo me, esiste davvero. Una vera nazione. Ho fatto infuriare molte persone dicendo questo, ma non sbaglio.

Ma in che senso?
Vede, l’idea di Padania ha una fisionomia economico-produttiva. Ma non è strano. Secondo le prime teorie sul concetto di nazione, diffuse nel ‘700, la prima formulazione è proprio di carattere economico-produttivo. Molto prima di tutte quelle idee romantiche di popolo e di appartenenza. Quindi, punto primo, la Padania ha una legittimità teorica, che è la sua produttività.

Punto secondo?
L’identità padana c’è. Si basa sulla consapevolezza di appartenere a una delle aree più produttive d’Europa. E si basa sul sentimento di schiavitù fiscale. Non è un caso: è una costante storica. I padani si sono ribellati, con il Barbarossa, perché volevano autonomia fiscale. Ma sotto gli austriaci, il Nord era il serbatoio per le casse dell’impero. Poi è arrivata Roma. Insomma, non è una novità. L’unica vera anomalia è che, nonostante sia il centro produttivo del Paese, non ha mai avuto una capitale politica. Le nazioni sono una costruzione immaginaria e, visto che i pilastri che le sostengono ci sono già, dietro, ci si può mettere quello che si vuole. E parlo delle ampolle, dell’acqua del Po, delle origini celtiche. Quell’insieme di miti e di riti che si assomma a quella rete di relazioni, di convinzioni, alla mentalità collettiva fatta di spirito calvinista e di dedizione al lavoro che definisce il padano. E forma la Padania.

Ma, ammesso tutto questo, e considerate le istanze della Padania, chi guiderà la Lega? Roberto Maroni?
Sì. Ha molti pregi. Maroni è uno dei fondatori, prima di tutto. Poi, con il tempo, si è guadagnato quell’aplomb istituzionale necessario, e l’apprezzamento di tutte le parti politiche. Ma a Bergamo si è visto che la sua strada alla leadership non è così in discesa. C’è bisogno di fare pulizia: anche se Bossi ha dettato la linea. La Lega è rimasta invischiata in reati italiani, ma ha avuto una reazione padana. Quale leader si dimetterebbe come ha fatto Bossi?

Ma Maroni non ha ancora il carisma di Bossi. 
No. La Lega è stato un parito molto verticista. Lo aveva suggerito, all’epoca, anche Miglio: Bossi doveva imporsi con il suo carisma politico, l’unico strumento che poteva far stare insieme istanze sociali differenti. La Liga veneta, ad esempio, e quella lombarda, sono state unite solo dall’autorevolezza di Bossi.

E ora non c’è il rischio che si disgreghino?
Dal 2004 le cose sono cambiate. Si crea una forma di gestione del potere diversa, che tiene lontano il capo dalle decisione e da carismatica diventa verticistica. Proprio questa viene messa in discussione in questi giorni. Non sarà facile, ma Maroni gode del consenso della base

Rutelli non si permetta di fare la morale alla Lega

“Francesco Rutelli è l’ultima persona che può permettersi di esprimere giudizi sulla Lega. A casa nostra chi sbaglia paga, e come sempre lo stiamo dimostrando con i fatti. Umberto Bossi ha dato una grande prova di responsabilità verso la propria gente e il movimento, cosa che non è in grado di fare il segretario dell’Api nonostante lo scandalo che ha travolto il tesoriere del suo partito. Se Rutelli non ha un popolo a cui rendere conto, almeno si dimetta per dignità personale”.

venerdì 13 aprile 2012

Dopo le pulizie di primavera, torniamo alla politica

"Dopo le pulizie di primavera torniamo a fare politica. Questa sera sono a Sondrio per parlare dei problemi della gente e delle malefatte del governo Monti-Dracula. Basta piangerci addosso, ora si riparte. Viva la Lega!!!!". Lo scrive Roberto Maroni sulla sua pagina Facebook, che in un altro post ricorda: "Il Congresso Federale della Lega si terrà il 30 giugno. Dopo 10 anni è un evento storico. Si riparte!!!". Ecco, quindi, Maroni pronto a ricominciare, ora che il partito è di fatto nelle sue mani, nel Carroccio cambiano tutti gli equilibri. Di seguito l'articolo di Gianluigi Paragone, in edicola su Libero di oggi, venerdì 13 aprile.  



Bobo Maroni ha vinto su tutta la linea: Rosi Mauro è stata espulsa dalla Lega. Quasi all’unanimità. E anche questo è un segno dei nuovi tempi: a provocare i Barbari Sognanti di questi tempi si va a schiantarsi contro il muro. Solo Bossi e il cerchista Reguzzoni hanno provato a opporsi, ma alla fine hanno ceduto.  Fuori la sindacalista pasionaria,   fuori la badante. E fuori pure l’ex tesoriere Belsito.  Si salva Renzo Bossi, al quale il Consiglio federale ha riconosciuto il bel gesto delle dimissioni dalla Regione. Lo scrivevamo già ieri, Maroni doveva mostrare subito in Consiglio federale i muscoli e così ha fatto nonostante le resistenze di qualcuno. «La Lega è diversa: chi sbaglia paga e si deve vedere», aveva detto ai suoi nei giorni precedenti la kermesse di Bergamo. Bobo doveva far capire che il tempo dei giochetti simil-cerchio magico è finito. La ramazza s’è messa in movimento: congressi regionali (nazionali, per dirla col linguaggio del Carroccio) il 2-3 giugno e congresso nazionale il 30 giugno, primo luglio.

Il nodo dello Statuto Ma torniamo alle polemiche di ieri e a quella regola dello statuto per cui presidente federale e segretario federale non possono essere espressione della stessa regione. «Lo cambieremo», aveva fatto sapere lo stesso Maroni. E infatti - da quanto apprendiamo - una riforma dello statuto è già in discussione seppure nelle primissime fasi. Lo statuto attuale è figlio del congresso di Pieve Emanuele, quello in cui nel 1991 nacque la Lega Nord, ed era tarato sulla leadership totale di Umberto Bossi, segretario plenipotenziario cui andava affiancato un presidente non targato Lega Lombarda e con un minimo di potere d’interdizione. Erano gli anni della fusione delle leghe: Lega Lombarda e Liga Veneta si sentivano sorellastre, unite solo dall’esigenza di arrivare più forti al federalismo, per cui l’assegnazione della segreteria a Bossi doveva essere in qualche modo bilanciata. Ora che la leadership di Bossi è solo simbolica e la Lega si sta avviando a una nuova fase con Maroni, anche quello statuto andrà riscritto. In altre parole, la nuova leadership di Maroni non sarà ostacolata dallo statuto: «L’equilibrio territoriale sarà rafforzato», dicono i maroniani. E infatti al fine di tornare a essere «la Potentissima» l’ex ministro dell’Interno ha intenzione di valorizzare i sindaci e i giovani. Per questo prendono sempre più corpo le candidature unitarie di Matteo Salvini come successore di Giorgetti alla Lega Lombarda e di Flavio Tosi alla guida della Liga Veneta. Da quel che sappiamo infatti la sfida tra Tosi e Zaia sarebbe stata resettata da un patto sponsorizzato da Maroni e siglato la notte scorsa, in base al quale il candidato unitario sarà proprio il sindaco veronese. Chi esce sconfitto è Gianpaolo Gobbo, l’attuale reggente della Liga Veneta, nemico giurato di Tosi; nei giorni scorsi Gobbo per sparigliare aveva tentato la carta Zaia, il quale si è ben guardato dall’accettare.

Tutti gli uomini di Roberto Maroni vince su tutta la linea e s’avvicina al congresso federale sempre più forte. Il passaggio di ieri su Rosi Mauro è di non poco conto. Il rifiuto della pasionaria in tailleur verde a dimettersi è stato letto come un atto ostile alla Lega, da qui la decisione drastica della radiazione. Un provvedimento al quale ha tentato di opporsi lo stesso Bossi, ma invano. Non passa inosservato che nella giornata di ieri si registra la più sonora delle sconfitte per il Cerchio, il cui potere dentro via Bellerio fino a poco tempo fa era sconfinato: tanto Rosi Mauro quanto Belsito infatti appartenevano alla stretta cerchia di persone vicinissime al Capo e ancor più alla moglie Manuela. Ieri la Lega ha voltato pagina sulla spinta dello scontento della militanza. Uno scontento montato poco alla volta, raccolto da Maroni quando via Bellerio diventava anche nell’immaginario popolare il fortino del potere (e le inchieste giudiziarie sembrano confermare…). L’attacco prima a Tosi poi, più duro, proprio all’ex ministro dell’Interno ha fatto scoppiare il bubbone costringendo tutti a uscire allo scoperto. È toccato al Bobo caricarsi sulle spalle la voglia di cambiamento e metterci la faccia. E i muscoli.
di Gianluigi Paragone