lunedì 19 gennaio 2015

Pericolo degli isolati votati alla Jihad Caccia ai combattenti dalla Siria







Giulia Maria Sergio(Daniele Bennati)
Giulia Maria Sergio(Daniele Bennati)
Gli attentati di Parigi hanno rafforzato una convinzione negli investigatori del pool anti terrorismo: il rischio più alto riguarda gli ex combattenti rientrati dalla Siria e addestrati da al Qaeda e Isis nei campi di Yemen e Libia. Esattamente come i fratelli Kouachi, gli attentatori di Charlie Hebdo. O come alcuni dei 48 «foreign fighters», combattenti stranieri, partiti verso la Siria per attaccare il regime di Assad e indicati nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. O ancora come il caso di Giulia Maria Sergio, la 27enne di Inzago convertita all’Islam radicale e partita verso la Siria.squadre antiterrorismo di Digos e Ros. Il secondo riguarda un’altra donna, stavolta di origini straniere, anche lei partita da Milano verso i campi di addestramento. Il terzo, e più corposo, filone ruota intorno alla figura di Haisam Sakhanh, sospettato di guidare un «gruppo» che reclutava combattenti per la Siria e attivo tra Milano e Cologno Monzese . Il reato ipotizzato è il 270 bis del Codice penale che punisce, appunto, il reclutamento di combattenti. «Al momento, parlare dell’esistenza di vere “cellule” è prematuro - spiegano gli inquirenti milanesi -. Non tutti coloro che sono andati a combattere in Siria lo hanno fatto attraverso “reclutatori”». In diversi casi, infatti, gli investigatori hanno scoperto «soldati» partiti in modo autonomo dopo aver preso contatti attraverso Internet.
Il suo è uno dei tre fascicoli aperti in Procura e affidati alle indagini delle squadre
Il secondo obiettivo delle indagini è quello di monitorare il ritorno dei «foreign fighters». «Gli ultimi attentati in Europa dimostrano che chi ha avuto un addestramento militare in un campo terroristico rappresenta un’effettiva minaccia una volta rientrato dal Medio Oriente». Non è un meccanismo automatico, però. «In molti casi chi è tornato non ha abbracciato teorie estremiste. Il fronte della resistenza ad Assad è molto composito. La gran parte dei combattenti è ispirata da principi laici. E questi gruppi sono contrapposti anche all’Isis». Gli investigatori devono quindi verificare eventuali legami tra i fondamentalisti e l’effettivo rischio di una minaccia.
I due «espulsi» milanesi, un egiziano e un marocchino, sono invece vecchie conoscenze del pool guidato da Maurizio Romanelli. «Si tratta di individui che hanno espresso posizioni fondamentaliste e che da lungo tempo sono monitorati dalle forze dell’ordine. Nei loro confronti non sono emersi reati, ma soltanto una condivisione della Jihad, espressa magari attraverso i siti web radicali». 

La legge prevede che possano essere considerati come persone «non gradite» al nostro Paese: «Sono una minaccia “latente”, perché possono essere facilmente istruiti e manipolati per eseguire attentati qualora dovessero entrare in contatto con una cellula terroristica». 


venerdì 16 gennaio 2015

Salvini: “Se il governo ha pagato riscatto è uno schifo”

Se veramente per liberare le due amiche dei siriani il governo avesse pagato un riscatto di 12 milioni, sarebbe uno schifo!”. Sono durissime le parole con le quali il segretario della Lega NordMatteo Salvini commenta la liberazione di Greta Ramelli eVanessa Marzullo, le due cooperanti rapite vicino ad Aleppo a fine luglio 2014 e detenute dal fronte Al Nusra, jihadisti vicini adAl Qaeda che operano in Siria e Libano. La cifra di cui parla il leader del Carroccio è quella diffusa dall’account Twitter@ekhateb88, ritenuto vicino ai ribelli anti-Assad

giovedì 15 gennaio 2015

Il nuovo che avanza (Capitolo 2) Azienda di famiglia Renzi, Regione Toscana: “Regolamento su iter finanziamenti violato”

“Quando ho detto che i debiti contratti dall’azienda di famiglia di Renzi erano stati ripianati dal governo Renzi, davo per scontato che almeno l’iter di concessione fosse stato corretto. Invece emerge che non è così”. Giovanni Donzelli, capogruppo FdI nel consiglio regionale della Toscana, parla della ‘Chil’ - l’azienda di famiglia del premierMatteo Renzi – che attualmente ha cambiato nome. Pochi giorni fa, fuori dalla sede di Fidi Toscana, la finanziaria regionale che avrebbe reso possibile un prestito alla Chil di circa 400 mila euro, Donzelli aveva spiegato: “I debiti dell’azienda della famiglia Renzi sono stati pagati dal governo Renzi, con i soldi dei cittadini”. Così il capogruppo FdI nel consiglio regionale della Toscana,Giovanni Donzelli, denuncia i trascorsi economici della “Chil” – l’azienda di famiglia del premier Matteo Renzi che attualmente ha cambiato nome – fuori dalla sede di Fidi Toscana, la finanziaria regionale che avrebbe reso possibile un prestito di circa400mila euro. “Dopo la scissione del ramo aziendale, il finanziamento è stato lasciato alla ‘bad company’ che è andata in fallimento – spiega Donzelli – con questo fallimento i soldi ce li ha rimessi Fidi, ma Fidi aveva una controgaranzia: quindi l’erogatore finale è stato il governo Renzi tramite il Fondo di garanzia nazionale“. Il consigliere, infine, conclude: “Quando è stato chiesto il finanziamento Renzi era presidente della Provincia – che è socia di Fidi – quando il finanziamento è stato erogato era sindaco di Firenze – socio di Fidi – e la controgaranzia viene erogata quando Renzi èpresidente del Consiglio“. Poi chiosa: “Renzi dica qualcosa, dovrebbe renderli questi soldi” Oggi la questione passa dal piano politico a quello del rispetto delle norme. L’assessore regionale alle attività produttive, Gianfranco Simoncini (Pd), rispondendo ad un’interrogazione sulla ‘Chil’, afferma: “Fidi Toscana avrebbe dovuto essere informata della cessione del ramo di azienda, infatti il regolamento prevede che la banca finanziatrice ha l’obbligo di comunicare le informazioni in suo possesso. Tali informazioni non sono state comunicate”. La banca è la Bcc di Pontassieve, attualmente presieduta da Matteo Spanò, amico e sostenitore del premier. Poi l’assessore aggiunge: “Nel caso in cui le verifiche effettuate sulle imprese risultino non rispettate dal regolamento, l’impresa è tenuta a corrispondere un importo pari a due volte l’agevolazione ricevuta”. Il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Pd), interrogato sulla questione, risponde: “Se ci sarà da prendere azioni e provvedimenti lo faremo, senza scadere nella strumentalizzazione politica che mi sembra piuttosto ampia su questa vicenda”  di Max Brod

Ecco il nuovo che avanza (Capitolo 1) - Matteo Renzi: assunto, candidato e pensionato in undici giorni

Renzi e' stato assunto dall'azienda di famiglia, la Chil srl, il 27 ottobre 2003, otto mesi prima dell'elezione in Provincia e undici giorni prima che l'Ulivo lo candidasse. E così, da nove anni, i contributi per la sua pensione da dirigente li paga la collettività.

Matteo Renzi è stato assunto come dirigente dalla società di famiglia, la Chil Srl, undici giorni prima che l’Ulivo lo candidasse a presidente della Provincia di Firenze nel 2004
IL COMUNE di Firenze e prima la Provincia, hanno versato alla società di famiglia i contributi previdenziali per Matteo Renzi, nel rispetto del Testo Unico Enti locali che prevede il rimborso dei contributi alla società presso la quale lavora l’amministratore pubblico collocato in aspettativa non retribuita. Quando l’assunzione è molto vicina alla candidatura però sorge il dubbio che sia motivata più dall’ottenimento del rimborso dei contributi che dalla reale necessità dell’azienda di disporre di un dirigente distratto dalla politica. Nicola Zingaretti a Roma è finito nell’occhio del ciclone perché è stato assunto da un Comitato legato al Pd il giorno prima dell’annuncio della sua candidatura a presidente della Provincia. Ora si scopre che Renzi è stato assunto – non uno ma undici giorni prima dell’annuncio della sua candidatura – dalla società della sua famiglia. Il sindaco è inquadrato dal 27 ottobre 2003 nella Eventi 6 che oggi è intestata alle sorelle Matilde e Benedetta Renzi (36 per cento a testa), alla mamma Laura Bovoli (8 per cento) e al fratello del cognato, Alessandro Conticini, 20 per cento. Come spiega il vice-sindaco Saccardi nella sua risposta all’interrogazione: “Renzi ha avuto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa fino al 24 ottobre 2003 presso la Chil srl. Dal 27 ottobre 2003 è stato inquadrato come dirigente”. Ecco la cronologia degli eventi di nove anni fa, ricostruita sulla base dei documenti camerali: il 17 ottobre 2003 il “libero professionista” Matteo Renzi e la sorella Benedetta cedono le quote della Chil Srl ai genitori; il 27 ottobre 2003, dieci giorni dopo avere ceduto il suo 40 per cento, Renzi diventa dirigente della stessa Chil Srl, amministrata dalla mamma; il 7 novembre 2003, solo 11 giorni dopo l’assunzione, l’Ulivo comunica ufficialmente la candidatura del dirigente alla Provincia; il 13 giugno 2004 Renzi viene eletto presidente e di lì a poco la Chil gli concede l’aspettativa. Da allora Provincia e Comune versano alla società di famiglia una somma pari al rimborso dei suoi contributi. Se Renzi non avesse ceduto le sue quote nel 2004, sarebbe stata una società a lui intestata per il 40 per cento a incassare il rimborso: una situazione ancora più imbarazzante di quella attuale, con le quote intestate a sorelle e mamma.

LA CHIL è una società fondata da papà Tiziano che si occupa di distribuzione di giornali e di campagne pubblicitarie. Dal 1999 al 2004 è intestata a Matteo e alla sorella. Poi, come visto, subentrano i genitori. Nel 2006 Tizia-no Renzi vende il suo 50 per cento alle figlie Matilde e Benedetta. Chil arriva a fatturare 7 milioni di euro nel 2007. Poi cambia nome in Chil Post Srl e nell’ottobre del 2010 cede il suo ramo d’azienda a un’altra società creata dalla famiglia: la Eventi 6 Srl. La vecchia Chil, ormai svuotata, finisce a un imprenditore genovese e fallisce. Mentre la Eventi 6 decolla dai 2,7 milioni di fatturato del 2009 ai 4 milioni di euro del 2011. Dopo il suo collocamento in aspettativa, il dirigente Matteo Renzi segue il destino del ramo d’azienda e oggi è collocato nella Eventi 6, di Rignano sull’Arno, sede storica della famiglia.

Per anni Renzi è stato socio e lavoratore parasubordinato dell’azienda di famiglia, la Chil srl. Forse perché il co.co.co ha una contribuzione Inps bassa, non ha fondi previdenziali aggiuntivi e non matura Tfr.
Il 27 ottobre del 2003, però, due giorni prima dell’annuncio della sua candidatura da parte della Margherita a presidente della Provincia, viene assunto come dirigente. La Chil gli paga i contributi sino all’elezione del giugno del 2004. Quindi tocca alla Provincia versargli le «marchette», parametrate sullo stipendio da dirigente e non su quello da precario. Versamenti per i fondi compresi. per esempio, che nel periodo compreso tra l’1 aprile e il 21 giugno del 2009 (fine del mandato) vengono versati per Renzi 2893,94 euro per il fondo di previdenza per dirigenti «Mario Negri», 906,61 per il Fondo assistenza sanitaria e 1185,27 euro a titolo di contributo per l’associazione «Antonio Pastore», altra ’assicurazione contrattuale. Terminato l’incarico in Provincia Renzi torna al lavoro dal 22 al 24 giugno 2009, periodo in cui usufruisce di tre giorni di ferie, quindi ripiomba in campagna elettorale.


I rimborsi versati sino a quel momento per il Tfr alla Chil da Provincia (quasi 19 mila euro) e Comune (15 mila euro): in tutto circa 34 mila euro dal 2006 al 2013 con un picco di 5112 euro per l’anno scorso. Siccardi deve anche ammettere che «se al momento dell’assegnazione della carica fosse stato occupato con un rapporto di co.co.co il dottor Matteo Renzi non avrebbe avuto diritto ai contributi figurativi». «Sembra proprio che finché i contributi del "dipendente" Renzi li pagava l’azienda del padre, il premier aveva un contratto super-economico, mentre non appena il peso dei suoi contributi è passato sulle spalle dei cittadini, in famiglia hanno deciso di garantirgli una ricca pensione».

martedì 13 gennaio 2015

Fatima convertita all’odio da una rete segreta di sostenitori e finanziatori

Inchiesta sui contatti della guerrigliera italiana



Foreign Fighter, da Inzago alla Siria per combattere con l'Isis: la scelta di Fatima, jihadista con il velo

La ragazza, 27 anni, si chiamava Maria Giulia ed è nata a Torre del Greco. Convertitasi all'Islam, si è fatta chiamare Fatima finché non ha deciso di partire per la Siria, andando incontro all'Isis


Maria Giulia Sergio, alias Fatima Az Zahra (B & V Photographers)Maria Giulia Sergio, alias Fatima Az Zahra (B & V Photographers)


Ventisette anni. Di origine campana, residente a Inzago, nel Milanese, ma adottata dall’Islam. È Maria Giulia Sergio, la 27enne italiana convertita alla religione di Allah. Definita il «braccio armato dell’Isis» — queste le parole usate dal ministro dell’Interno Angelino Alfano — nell’informativa sulle minacce terroristiche inviata dal Viminale alla Camera. Ma mentre il ministro relazionava ai deputati, a Inzago, nel centro di preghiera musulmano di via Leopardi, il giornale locale «Gazzetta dell’Adda» intervistava il papà di Maria Giulia, alias Fatima Az Zahra, il signor Sergio Sergio, 60 anni.


Il padre: «La conversione all’Islam giusta per tutta la famiglia»«Il 6 gennaio ho compiuto un anno dalla mia conversione — ha detto il padre di Maria Giulia —. Le mie due figlie si sono sposate con dei musulmani. Prima l’hanno fatto loro, poi mia moglie e infine io: non importa quanti anni hai quando ti chiama Allah. Siamo tutti contenti della scelta fatta: io mi sono trovato bene, per me e per la mia famiglia è stata la decisione giusta». Ma in serata — secondo quanto riportato dal settimanale locale — quando la notizia che riguardava la figlia era ormai pubblica, l’uomo non ha più voluto parlare e si è barricato nella sua abitazione nel centro del paese.

Da Inzago alla Siria per combattere con l'Isis: la scelta di Fatima, jihadista con il velo

Milano, 10 gennaio 2015 - Da Torre del Greco a Inzago per arrivare in Siria, a combattere con i fondamentalisti islamici. E' la traiettoria di una giovane donna italiana, nata in Campania e che ha vissuto nell'hinterland milanese, tra i 'foreign fighters' che sarebbero partiti per andare a combattere a fianco dei gruppi fondamentalisti islamici tra cui l'Isis, tra l'Iraq e la Siria. Ne danno conferma in ambienti investigativi dopo che la voce era circolata sulla stampa.
La donna di 27 anni, Maria Giulia S., che dopo un percorso di radicalizzazione ha cambiato il suo nome in"Fatima", è nata a Torre del Greco (Napoli), ma si è poi trasferita assieme alla famiglia ad Inzago, in provincia di Milano. Si è convertita all'Islam, ha sposato un marocchino e ha iniziato ad indossare ilniqab, ossia il velo integrale, e ha assunto posizioni sempre più radicali. Tanto che, nei mesi scorsi, la donna sarebbe partita da Roma con un aereo diretto verso Istanbul per poi attraversare il confine turcoe raggiungere la Siria per combattere a fianco degli integralisti del cosiddetto "Stato Islamico".
Già nei mesi scorsi, era emerso che alcune persone, indagate in un'inchiesta della Procura di Milano ancora aperta, sarebbero partite nel 2012 dall'hinterland milanese per andare a combattere in Siria. In questo caso, però, si trattava di un gruppo di siriani, residenti da anni tra Cologno Monzese e Milano. Tra loro, Haisam Sakhanh, il presunto capo del gruppo che avrebbe reclutato combattenti da inviare nelle zone di guerra, e in particolare in Siria, in un'ottica di "guerra santa".

venerdì 19 dicembre 2014

La Lega sbarca al Sud, Salvini presenta il simbolo

Il Carroccio varca il Garigliano e si presenta in Italia meridionale. Il segretario: "No ai riciclati in lista". Nell'emblema si rinuncia al colore verde


ROMA - Quello che colpisce del simbolo con cui la Lega Nord varca il fiume Garigliano e punta alla conquista del Sud è l'assenza del verde padano, colore storico del Carroccio: "Campo bianco con un ovale blu e la scritta in giallo e bianco 'Noi con Salvini'. E poi il nome della regione del Centro e del Meridione", spiega il segretario Matteo Salvini in un'affollata conferenza stampa alla Camera. La sala del Mappamondo, infatti, è gremita di parlamentari leghisti ma manca il fondatore, il 'Senatùr' Umberto Bossi. Che però benedice a distanza lo 'sbarco' e mette in guardia il giovane leader delle camicie non più solo verdi dalle "infiltrazioni da parte di signorotti delle tessere e pregiudicati". 

Per questo "l'altro Matteo" sbarra la strada ai 'riciclati', esponenti di altri partiti pronti a salire sul nuovo Carroccio non più separatista ma nazional popolare. Si sono già fatti avanti personaggi come Silvano Moffa, ex Msi, poi An, poi con Fini e infine Pdl; l'ex finiana Souad Sbai e la berlusconiana Barbara Mannucci; l'Ncd Marco Pomarici, già presidente del consiglio comunale di Roma; Mario Landolfi, ex ministro delle Comunicazioni di Silvio Berlusconi. Perciò altolà a chi vuole utilizzare "questo soggetto come un tram su cui salire per salvare la poltrona. Diciamo no a riciclati - spiega Salvini- vogliamo energie fresche. Le esperienze politiche verranno valutate singolarmente, ma non ci sarà il rischio di infiltrazioni e di assalto alla diligenza. E comunque per noi l'onestà e la fedina penale pulita restano le condizioni per aderire", conclude.


Riferito allo scandalo di mafia capitale, sottolinea: "Ci chiedono in tanti di candidarci come sindaco a Roma però, nel rispetto delle autonomie, il sindaco di Roma dovrà essere di Roma - sottolinea l'europarlamentare -  Magari tra le tante persone che ci stanno contattando da Roma ci sarà anche il prossimo sindaco o la prossima sindaca, perché no?". In ogni caso "Roma e Lazio sono in ebollizione, è una cosa assolutamente positiva. Ci sono decine di migliaia di richieste entro la fine dell'anno e con gennaio si parte". E promette: "Inizierò a girare in diverse realtà, girando il Sud ho visto che ora c'è consapevolezza del federalismo, dal Salento alla Campania, da Roma alla Sicilia, c'è voglia di autonomia, non alla Crocetta, ma legata alla responsabilità. Adesso c'è maturità al Centro e al Sud che non c'era 15 anni fa"

Nel suo intervento elogia i meridionali, ma un tempo, quando era ancora un semplice deputato della Lega (interamente) Nord e predicava la secessione riempiendo ampolle con l'acqua del Po, li bistrattava a Pontida con cori da osteria Ma lui si giustifica: "Non abbiamo mai attaccato i cittadini, ma il cattivo governo". 


Poi tocca anche altri punti cruciali dell'attualità politica. Primo fra tutti il tema delle alleanze all'interno del centrodestra. "Non parte una guerra nel centrodestra - chiarisce Salvini - il mio competitor non è Berlusconi o Angelino Alfano, ma è Matteo Renzi. L'obiettivo è quello di arrivare al 51% per governare il paese. Questo progetto non sarà una riedizione di vecchie frittate del passato".
 
Il piano salviniano esclude il ministro dell'Interno: "Non faremo accordi a tutti i costi, per Alfano in questo progetto non c'è spazio - aggiunge il segretario della Lega Nord - l'alternativa a Renzi non la costruisco con chi sta governando con Renzi o a metà, sostenendo alcune riforme. Non ci interessa vincere domani mattina ma costruire qualcosa di buono".

Poi non risparmia una staffilata al premier: "Renzi rispetta i vincoli di bilancio avendo massacrato il Paese. Si chiude il semestre italiano di presidenza europea e non se ne accorge nessuno, neanche gli uscieri. E una marionetta al servizio di Bruxelles". E sull'elezioni del nuovo Capo dello Stato aggiunge: "Mi auguro che il prossimo presidente della Repubblica non sia un servo di Bruxelles, un complice dell'euro, che è una moneta morta, e dell'Europa, che permetta l'esproprio della sovranità italiana".

Non si dimentica di citare anche il leader del M5s: "Se Beppe Grillo vuole parlare seriamente del dopo euro noi ci siamo. Ha smesso di insultarci e questa mi sembra una buona notizia. Ma il suo referendum contro l'euro - conclude - resta una sòla (usa persino un termine romanesco, sinonimo di 'truffa', ndr), una perdita di tempo".

Salvini lancia la sfida al Sud «Ma il nostro Dna non cambia»

«Al Nord rimane la Lega. Da oggi si parte» al Sud ma «dico no a chi pensa di prendere un tram per salvare la poltrona. Onestà e fedina penale sono i prerequisiti per evitare rischi di infiltrazioni». Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini a Montecitorio presentando la nuova formazione «Noi con Salvini», con cui la Lega lancia la sfida al Sud. «Non stiamo a fare “ricicleria”. Le esperienze politiche» precedenti - prosegue - «saranno valutate con attenzione», aggiunge. E nel corso della conferenza stampa precisa comunque: «Non cambiamo il nostro Dna: autonomia, federalismo, diritto all’autodeterminazione dei popoli»



«Prossimo capo dello Stato non sia un servo di Bruxelles»
Nel corso della presentazione, Salvini si è espresso anche sul prossimo presidente della Repubblica: «Mi auguro che al Quirinale non ci sia un servo di Bruxelles, un complice dell’euro e dell’Europa, che permetta l’esproprio della sovranità italiana» dice il segretario della Lega Nord.


lunedì 15 dicembre 2014

Matteo Salvini, il sorpasso su Renzi e Grillo: il trionfo del leghista nelle cifre social

L'ascesa di Matteo Salvini si legge anche nei dati relativi ai social network, arma di "battaglia totale" sia per Beppe Grillo sia per Matteo Renzi. Ma, ora, tocca al leghista. Certo, Salvini per numero di follower su Twitter e "seguaci" su Facebook resta alle spalle di Grillo e Renzi, staccato e non di poco. Ma non è soltanto questo che conta, come sottolinea La Stampa:bisogna andare a fondo. E dall'analisi emergono due importanti considerazioni: il popolo di Salvini, oltre alla notevole crescita settimanale(+8,8% su Facebook e +4,2% su Twitter, mentre Renzi e Grillo sono sotto all'1%), risulta anche essere il popolo più coinvolto. Si parla del cosiddetto engagement, ossia le interazioni giornaliere sui social: il leader della Lega riesce a far commentare, condividere o far mettere un "mi piace" al 44% di chi lo segue. Grillo si ferma al 5,3% mentre Renzi appena allo 0,6 per cento. Chi scalda di più il suo popolo, insomma, è il leghista.



Il guru - Il successo di Salvini su Twitter, però, ha un segreto che ha un nome e un cognome: Luca Morisi, docente di Informatica Filosofica a Verona, e guru del segretario del Carroccio. Dal suo studio di Mantova, Morisi infatti decide la strategia di comunicazione e coordina un gruppo di lavoro che gestisce la comunicazione di Salvini. Mentre Salvini è in una trasmissione, infatti, noterete che i suo messaggi su Twitter piovono senza soluzione di continuità: un escamotage fondamentale per chi vuole intercettare telespettatori che, magari, in quel momento erano davanti ad un altro canale ma con il loro tablet in mano (non a caso, una recente ricerca Demos, ha messo in evidenza come il 44% degli italiani si informa in un modo ibrido, abbinando la Rete a un media tradizionale; percenutale che sale al 60% tra chi afferma di essere un elettore leghista).

Le cifre - Come detto, se Salvini è leader per quel che concerne l'engagement, è ancora indietro su altri fronti. Largo ai numeri. Su TwitterRenzi ha 1,48 milioni di followers contro gli 1,620 di Grillo; Salvini si ferma a 86mila. Quindi su Facebook Grillo primeggia con 1,72 milioni di fan, contro i 760mila di Renzi e i 533mila di Salvini. Come detto, però, su entrambi i social il tasso di crescita settimanale degli adepti vede trionfare Salvini, primissimo anche in termini di coinvolgimento e partecipazione dei fan.

La flat tax di Salvini costa meno degli 80 euro

Flat tax al 15% per tutti, contribuenti ed aziende. E un’unica deduzione di 3mila euro, fissa, per ogni contribuente. Eccola in due parole la rivoluzione fiscale della tassa piatta, unica, propagandata da Matteo Salvini e spiegata ieri a Milano dall’americano Alvin Rabushka, economista dell’università di Stanford, e da Armando Siri del Partito Italia nuova. Detta così sembra un paradiso. La Lega spiega bene gli effetti positivi: «Paghiamo tutti, paghiamo meno» è il motto. In effetti le imprese avrebbero una drastica riduzione del peso tributario e potrebbero essere quindi più concorrenziali: un meccanismo che è sinonimo di più posti di lavoro. Altro che Jobs Act. Si incentiverebbe la ripresa produttiva e dei consumi, con un’ulteriore crescita delle entrate Iva. Ma anche la burocrazia farebbe la fame con la flat tax: meno costi per le dichiarazioni dei redditi (non sarebbe difficile fare i conti) e meno costi per dare la caccia gli evasori. Ultimo sollievo per le imprese sarebbe - secondo la proposta del Carroccio - l’abolizione della trattenuta alla fonte: in busta paga ci sarebbe il lordo, per cui stop alle rotture di scatole per tutti i sostituti d’imposta.
Gli effetti negativi - Visti gli effetti positivi, perché lo Stato italiano non ha ancora adottato la flat tax? Beh, ci sono anche effetti negativi. Al di là degli esempi propugnati dalla Lega, chiaramente positivi, c’è da dire che un cristo che dichiara 9mila euro l’anno, cioè un pensionato da 700 euro al mese, con nessuno a carico, pagherebbe 900 euro di Irpef al posto delle attuali 350. Certo un single che fa sapere al fisco di guadagnare 60mila euro all’anno, invece di incamerare quasi 3mila netti, ne porterà a casa mille in più. Al mese. I critici insomma sosterranno che la flat tax aumenta la disuguaglianza sociale, ma - è brutto da dire - il meno abbiente non fa girare l’economia, semmai questa riforma fiscale potrebbe ricreare la classe media, che invece sta scomparendo perché sempre più povera con questo sistema progressivo e distruttivo della ricchezza creata.
La svolta - La domanda delle domande però è un’altra. Lo Stato potrebbe sopportare una svolta epocale del genere? Secondo un articolo de lavoce.info l’Italia ci smenerebbe 100 miliardi l’anno. Peccato che al calcolo manchino delle voci, cioè le detrazioni e le deduzioni sulle persone fisiche. Seguiamo però i calcoli de lavoce.info: ogni anno l’imponibile Irpef è di 800 miliardo e, vista la media delle dichiarazioni dei redditi, l’incasso Irpef è di 163 miliardi. Il fatturato dichiarato dalle società è invece pari a 155 miliardi, quindi visto che l’Ires è fissata al 27,5% il gettito è di 40 miliardi. Lo Stato insomma porta a casa circa 200 miliardi annui. Vediamo ora la proposta leghista sull’Irpef: innanzitutto c’è una deduzione di 3mila euro per ogni abitante, 180 miliardi, per cui il calcolo si dovrà fare su 620 miliardi (800 di imponibile meno 180 appunto): allo Stato con la flat tax andrebbero 93 miliardi. E qua il buco è di 63 miliardi. Passiamo all’Ires: con l’aliquota al 20 al posto che 27,5 per cento la perdita di gettito sarebbe di altri 17 miliardi. Insomma la voragine nelle casse dello Stato ammonterebbe a 126 miliardi.
I conti - Tralasciamo per un attimo i benefici sul Pil (un punto di tasse in meno vale lo 0,72% del Pil in tre anni)... Restiamo ai numeri: con la flat tax non ci sarebbero più sgravi su lavoro e pensioni, quindi circa 60 miliardi di spesa in meno. Ed ecco che il buco scende a 66. Con meno incentivi a evadere e pene più severe per i furbetti («evasori in galera e buttiamo la chiave», dice Salvini), potrebbe riemergere un terzo dell’imponibile non dichiarato. Altri 15 miliardi. Siamo a 50 miliardi. Ma se togliamo 23,6 miliardi di agevolazioni sulle imposte dirette alle imprese e 21 miliardi delle detrazioni (quelle del 19%), quasi quasi lo Stato ci guadagna. Per dare gli 80 euro e nemmeno a tutti Renzi ha speso 10 miliardi. Per niente.

lunedì 24 novembre 2014

"Il pallone di Renzi si sta sgonfiando".









Un exploit importante, considerato che nelle precedenti regionali la Lega aveva fatto registrare il 4,8% nel 2005 e il 13,67% nel 2010. Nelle ultime Europee, invece, aveva preso appena il 5,04%. Matteo Salvini ovviamente è su di giri. E va subito all'attacco, pregustando la possibilità di far sentire ancora più forte la propria voce nel centrodestra. "Il pallone Renzi si sta sgonfiando - scrive su Twitter -. La Lega vola, la nostra comunità cresce ovunque. Pochi amici fra i potenti, tanti amici fra la gente".
"Non passerò la mattinata a dire che bello - dice il segretario del Carroccio ad Agorà, su Raitre -. La Lega ha quadruplicato i voti in sei mesi, sono il leader del centrodestra, il mio impegno è di tornare in Emilia-Romagna con i nostri consiglieri, un risultato storico, e di parlare con quel 60 per cento degli emiliano-romagnoli che è rimasto a casa non convinto da nessuno, il mio problema non era superare Forza Italia o fare una prova di forza all’interno del centrodestra, la mia scommessa, da questo punto di vista riuscita perché siamo solo all’inizio, è dimostrare agli Italia, partendo dall’Emilia-Romagna, che l’alternativa a Renzi c’è: è alternativa dei contenuti". Poi dice che vuole "arrivare al 51 per cento, con più elettori". Esultanza a parte (più che legittima), giova ricordare che per vincere il centrodestra deve assolutamente recuperare il voto moderato, da sempre rappresentato da Forza Italia. A meno che la Lega non modifichi il proprio Dna diventando partito moderato, ma viste le ultime scelte non si direbbe.
Salvini alza la voce anche contro l'asse Pd-Forza Italia per le riforme. "Il patto del Nazareno visto dal centrodestra è una follia. Renzi è un pericolo pubblico per l’economia italiana". E ancora: "Io non lo sostengo neanche se si alza per pettinarsi, quindi non capisco perché Berlusconi insista nel sostenere riforme che stanno massacrando il Paese. I dati economici sono da dopo guerra. Non sostengo chi mi sta ammazzando".

La Lega doppia Forza Italia L’urlo di Salvini: «È storico»



BONDENO (Ferrara) La nuova destra lepenista italiana si fa al bar Dal Mister di Scortichino. A ogni aggiornamento sul sito del Viminale corrisponde un commento di Alan Fabbri seguito dalle risate dei suoi sostenitori che gli stanno alle spalle. «Siamo sopra Bonaccini almeno per un paio di minuti» urla il candidato leghista. «Fatemi una foto prima che torno a essere secondo...». Passano il tempo e le voci corrono più o meno incontrollate. Ma verso le due di notte il buonumore diffuso non sembra solo conseguenza delle abbondanti libagioni. Il crollo dell’affluenza rende possibile ogni sogno, compreso quello del sorpasso sui parenti serpenti di Forza Italia, con i primi dati parziali che dopo lo spoglio di 1.171 sezioni su 4.512 forniscono un punteggio impietoso: 21% leghista contro il misero 8,7% dei berlusconiani (19,42% contro l’8,36 il dato finale, ndr). Matteo Salvini chiama sfidando ogni superstizione. «Non ci posso credere - urla al telefono -. Sopra al 20% è un risultato storico».



Qando qualcuno si prenderà la briga di scrivere la storia del Le Pen nostrano, se mai ce ne sarà una, dovrà per forza inserire la notte delle elezioni regionali di Emilia e Romagna trascorsa in questo locale di una frazione di Bondeno, a pochi chilometri dall’argine destro del Po, accanto a un campo sportivo. Fabbri, candidato con barba e codino di un centrodestra unito solo sulla carta sbriga le formalità in anticipo telefonando al suo rivale, il vincitore annunciato Stefano Bonaccini. «Ce le siamo dette ma senza mancarci di rispetto. E guarda che per non c’è problema, se fai cose che mi piacciono sono disposto a collaborare con te». 

Ma la cronaca impone di raccontare di un posto pieno che non ci stava più neanche uno spillo, dove Alan Fabbri, il sindaco di Bondeno che Salvini ha scelto per la prima verifica importante della nuova Lega Nord, trascorre la sua notte bianca in attesa dei risultati. All’ingresso c’è parcheggiato un trattore avvolto nella bandiera con il Sole delle Alpi. Dentro, appese alle pareti di legno c’è il tripudio di ogni possibile bandiera indipendentista, dai baschi fino alla Nazione Romagna. Sono tutte un gentile omaggio del candidato Alan, quando il Mister decise di aprire il bar. La scelta di aspettare circondato dagli amici stempera la tensione di un passaggio che lo stesso Salvini definisce potenzialmente storico, almeno per lui.

Lo scambio di messaggi tra mentore e delfino non è proprio al livello dell’incontro di Teano, ma questo passa il convento. «Auguri per il derby» scrive Fabbri intorno alle 20. «Mi tocco» risponde Salvini, e non c’è bisogno di scendere nei dettagli. Ai posteri converrà piuttosto consegnare il precedente sms del segretario leghista in pieno afflato obamiano: «Il meglio deve ancora venire». Ancora poche ore e si saprà. Il voto dell’Emilia-Romagna ha rilevanza nazionale quasi solo per questo, per tastare la consistenza del fenomeno Salvini alla prova dei fatti, dopo infiniti rodaggi televisivi. Anche lo scambio preventivo di cordialità con Bonaccini ha un suo senso. Ai convenuti, amici e familiari di Fabbri, non importa un fico secco della vittoria del candidato democratico. La missione emiliano romagnola consiste nel prendere un voto in più di Forza Italia. 

«L’astensione è il nostro primo alleato, come il generale inverno per i russi»ammette Fabbri. Nel bel mezzo dello spoglio il suo distacco da Bonaccini è di 17 punti, 48 a 31%, con posti insospettabili come la provincia di Ferrara dove addirittura è un testa a testa con scarto di poche centinaia di voti. «Saranno anche dati provvisori ma non era mai successo prima, gli stiamo facendo un po’ di paura. Stiamo andando bene, soprattutto come Lega Nord. Quelli di Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle sono rimasti a casa, i nostri invece hanno votato tutti. Siamo il secondo partito regionale, missione compiuta». 

Fabbri aveva un’asticella da superare, il 13% della vecchia Lega Nord alle Regionali del 2010, ultimo anno prima dell’avvento di Beppe Grillo. Forza Italia è il bersaglio, M5S il granaio dal quale prendere voti. «Come hanno fatto loro con noi. Adesso glieli sfiliamo tutti, uno per volta». La notte è ancora lunga ma partono tutti verso Bologna, con festa per pochi intimi in piazza Maggiore. L’Emilia-Romagna, un tempo rossa, rischia davvero di diventare il primo gradino della scalata di Matteo Salvini al centrodestra italiano. 

mercoledì 5 novembre 2014

Il Sindaco si e' Svegliato!!! infatti sta Piovendo a catinelle !! Cassano, tolleranza zero in centro: proibiti alcol e schiamazzi

Cassano, tolleranza zero in centro: proibiti alcol e schiamazzi