venerdì 13 novembre 2015

Intervista a Roberto Cota



Cota, Cota, Cota… Mi ricordo mutande verdi?
«Non me ne parli, è stata un’umiliazione, figlia di un mondo senza senso. Ma sono positivo, guardo avanti e provo a dire che anche questa cosa mi è servita. Mi ha insegnato cos'è la sofferenza. Ho sofferto come un cane, ed è ancora così».

Le ha ancora?
«Non si metta anche lei a fare del voyeurismo. C’è ancora un processo in corso, ho chiesto io il rito immediato. 
Comunque erano pantaloncini, dissero che erano mutande per puro dileggio e il verde e la Lega non c’entrano niente».

È tranquillo? 
«In tre anni è stata utilizzata una somma minima per spese legate all’attività politica, anche dei miei collaboratori. Sono il prototipo del politico morigerato e anti-casta, un antesignano dei grillini. Per questo mi rode».

È stata una stupidaggine?
«No, un errore umano, come ha testimoniato chi di dovere al processo. Ero a Boston a un corso intensivo di inglese, ho offerto un pranzo al professore che mi aveva portato a visitare il Mit e siccome il ristorante era in un centro commerciale, nelle spese ci sono finiti dentro anche i pantaloncini. Io consegnavo gli scontrini al gruppo consiliare ai miei collaboratori chiedendo loro di fare una cernita, quei 40 dollari non sono stati spuntati per sbaglio, senza che io ne sapessi nulla».

Almeno l'ha imparato l'inglese?
«Faccio ancora fatica. Conto su mia figlia Elisabetta, che ha sette anni. Oggi a scuola l'inglese lo insegnano da subito e bene. Lo imparerò da lei».

Le ha mai comprato un vestitino verde Padania, tipo i famosi pantaloncini?
«Come ho già detto questa storia è un’ignobile strumentalizzazione, comunque tengo la mia famiglia ben lontana dalla politica, per preservare me e loro.

Un viaggio fallimentare, a Boston…
«Che mi sono pagato di tasca mia, mentre come fanno molti politici avrei potuto metterlo in conto alla Regione come aggiornamento. Comunque, ho restituito tutti i soldi che mi erano stati dati a titolo di rimborso spese. Anzi, di più: ho dato indietro 32mila euro».

E perché, se non ha fatto nulla di male?
«Per mettere una pietra tombale su tutto e ripartire. Non ho fatto politica per arricchirmi ma perché sono un idealista. Comunque questa storia ha avuto conseguenze ben più pesanti».

In che senso?
«È servita per farmi cadere da presidente della Regione, quello era un finto scandalo, Repubblica lo pompò per spingere il ricorso della Bresso e tornare alle urne avendomi messo preventivamente fuori gioco. Una vicenda emblematica dello scippo di democrazia che ormai si consuma ai danni dell'elettorato italiano».

Possiamo ripercorrerla?
«Ho vinto di 9000 voti ma avevo 150mila preferenze personali in più dei voti di lista. La Bresso ha presentato nove ricorsi. È stato subito accertato che non c'erano brogli, allora la sinistra si appellò all'autenticazione irregolare di alcune firme di una delle 18 liste collegate che mi sostenevano, persone che avevano ottenuto 4-5 preferenze». Assurdo».

Anche la Bresso aveva problemi di firme?
«Certo, ma io avevo vinto e non ho fatto ricorsi; non andavo in giro a cercare firme irregolari, governavo. Invece la sinistra, piena di scheletri nell'armadio, contestava l'autenticità di firme che non potevo controllare. Ma perché Chiamparino? Le sue firme sono addirittura false, ma troveranno il modo di farlo arrivare fino a fine mandato».

Come mai non è riuscito a difendersi?
«È stato un uno-due massacrante, studiato a tavolino. Ero frastornato. Dovevo aspettarmelo, la sinistra non ha mai accettato di perdere una Regione così importante per mano di un leghista. In campagna elettorale mi sputavano per strada, ho subito gravi intimidazioni».

In strada ora la fischiano o le stringono la mano?
«Mi incoraggiano. Avrei tante storie da raccontare, commoventi. La gente semplice è in grado di darti più forza del lacché interessato, che ti abbandona quando non gli servi più. Ho imparato anche questo e non lo scorderò più».

Ma allora sta con Marino, che dice di essere un eletto cacciato da un non eletto?
«La sua posizione non è sbagliata, ma credo che sia un bene per tutti che non governi più Roma».

Renzi si troverebbe meglio con lei che con Chiamparino, viste le polemiche sulla Finanziaria?
«Chiamparino è un grande attore. In pubblico dissente ma fa un gioco funzionale al premier».

A chi dei due dà ragione?
«Facile: a nessuno dei due. Renzi non capisce che i tagli che impone mettono a rischio il diritto delle persone a curarsi. Chiamparino si lamenta, ma non ha mai fatto nulla per migliorare la situazione».

A conti fatti le conveniva restare capogruppo alla Camera…
«Mi conveniva e mi piaceva. Ma Bossi già nel 2000 mi profetizzò che sarei diventato governatore. Comunque, sono stato più bravo come governatore che come capogruppo».

A cosa rinuncerebbe per tornarci?
«La politica è sempre stata la mia vita, questo è innegabile. Però non dipende da me, credo nella Lega e farò quello che mi chiederanno di fare».

Si ritiene vittima di un complotto politca-stampa-magistratura?
«Guardo avanti e ci tengo a non sembrare paranoico ma c'è stata molta pressione su di me. non ho niente contro i giudici, ne ho sposato uno. Anche se non aveva ancora la toga, era la relatrice della mia tesi di laurea».

Come scoccò la scintilla? 
«Mi fece un cazziatone e io le mandai una pianta con un biglietto: "All'assistente più simpatica". Ci impiegai sei anni a fidanzarmi».

Cosa fa da quanto non è più governatore?
«Non ho voluto strapuntini né incarichi pagati. Faccio il militante e lavoro per scegliere il mio successore alla segretaria del Piemonte. Mi mantengo facendo l'avvocato penalista, in studio con mio padre e un collega, che ha 80 anni e non molla. Voleva ritirarsi, poi io sono tornato e ha ripreso a mille».

Non un padano doc, i suoi nemici dicono che Cota è un cognome albanese…
«È di San Severo, provincia di Foggia. Vive a Novara da 60 anni e ha sposato una piemontese doc. Del meridionale gli resta poco, è più guardingo e riservato di un novarese di nona generazione. Però non vedo cosa ci sia di male, anzi».

Test di piemontesità: Toro o Juve?
«Io tifo Novara ma fra i due dico Toro».

Perché è contro il potere?
«Perché ce l'ha più dura, e chi è piemontese sa cosa voglio dire».

Come è riuscito a entrare nel cuore di Bossi? 
«Quando mi candidai sindaco a Novara ottenni un buon risultato. Poco dopo mi chiamò perché ero avvocato, chiedendomi di occuparmi di alcune querele. E su un foglio bianco mi tracciò tutto l'organigramma futuro del partito. Quando cacciò Comino nel '99, mi fece segretario nazionale del Piemonte. E lo sono ancora, anche se per poco».

Un rapporto esclusivo? 
«Un rapporto di fiducia, che si è rinsaldato con la malattia. Dicono che ero del Cerchio Magico, ma non è vero. Prima, mi chiamava nel cuore della notte per spiegarmi cosa dovevo fare: due ore al telefono e la mattina dopo in udienza. Poi mi ritelefonava per dirmi che non avevo capito niente. Ho risolto con un block notes sul comodino e tre caffè prima di andare in tribunale».

La litigata più pesante?
«Nel 2009, io insistevo per un presidente di Provincia leghista, lui mi ignorava. Io non mollavo, inzigavo; alla fine mi disse a brutto muso di non rompere i c…. Aveva fatto un accordo e non voleva dirmelo».

La Lega lo sta trattando male?
«È in Parlamento, è presidente. Certo, ogni tanto le spara anche a Salvini, ma penso che il ruolo di battitore libero gli stia benone».

Ma Bossi ha sbagliato?
«Con la candidatura del figlio di sicuro, l'ha anche ammesso, però allora non ho sentito dirigenti lamentarsi. Per il resto, dobbiamo considerare quello che ha avuto. Ha già fatto un miracolo. Di certo comunque non ha rubato, è disinteressato al denaro».

Bossi era un dittatore ma aveva tanti colonnelli, Salvini non lo è ma ha egemonizzato la Lega.
«Salvini è un grande front man. Ora deve lavorare alla squadra, e lo sta facendo».

Salvini non è sempre elegantissimo, tra felpe e certi gessati… 
«E questo che importanza ha? Una persona normale non va dal sarto tutti i giorni».

Che c'azzeccate con la Meloni?
«Quel poco che basta per un accordo elettorale che tenga».

E con Berlusconi come finisce?
«Bene, come sempre. L'intesa è una strada obbligata».

Si parla di Zaia premier...
«È un grande governatore della Lega ma non vedo perché il premier non lo debba fare Salvini, come peraltro dice anche Zaia».

Lei ha più il phisyque du role del forzista, mai pensato al salto?
«Non potrei immaginarmi fuori dala Lega. Sono moderato nella forma ma nel cuore sono una camisa verda. Voto Lega dal 1987, sono il più vecchio della generazione di chi ha sempre votato Lega. Ho iniziato nel sottoscala del bar di Otello, ai tempi di fatto la sezione cittadina della Lega, ci riunivamo in 4-5».

Meglio Maroni o Buonanno?
«Come stile chiunque direbbe che mi è è più vicino Maroni ma Buonanno nella Lega è merito mio. Aveva un suo movimento locale, l'ho corteggiato dieci anni. Gli dicevo: «Guarda che dentro sei un leghista». Quando l'ho convinto ho sollevato mal di pancia interni, perché era troppo bravo. È un sindaco efficiente . E di quelli che non ti accoltellano».

Meglio Renzi o i rottamati?
«Comunista non lo sono mai stato. Però preferisco un comunistone vecchio stampo, che crede fermamente alle sue idee sbagliate piuttosto che questa melassa renziana. Meglio la schiettezza e gli ideali alla falsità e all'opportunismo imperanti. I comunisti mi fanno sorridere, i renziani mi inquietano».

martedì 10 novembre 2015

Salvini e gli attivisti scarcerati: «La “giustizia” italiana mi fa schifo»Salvini e gli attivisti scarcerati: «La “giustizia” italiana mi fa schifo»

Il leader leghista: «Sono già liberi i due “bravi ragazzi” dei centri sociali arrestati per resistenza e lesioni contro polizia e carabinieri. Più di 5 anni di galera al povero Ermes Mattielli, che si era difeso dai ladri, e neanche 12 ore a chi picchia un poliziotto»


Non usa mezzi termini. «La “giustizia” italiana mi fa schifo». Così il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha dato sfogo su Facebook a tutto il suo disappunto per la scarcerazione degli attivisti dei centri sociali fermati domenica nel corso delle manifestazioni di protesta organizzate a Bologna contro il palco del centro destra.



La protesta
«Sono già liberi i due “bravi ragazzi” dei centri sociali arrestati domenica a Bologna per resistenza e lesioni contro polizia e carabinieri - ha scritto Salvini -. Più di 5 anni di galera al povero Ermes Mattielli, che si era difeso dai ladri, e neanche 12 ore a chi picchia un poliziotto. La “giustizia” italiana mi fa schifo».

Il riferimento del segretario della Lega è al commerciante veneto che si era ribellato ai ladri, deceduto a seguito di un infarto lo scorso 5 novembre.

lunedì 9 novembre 2015

Lo Stato paga i debiti dei Ds

Tocca ai contribuenti ripianare parte dei debiti colossali dei Ds: lo Stato ha versato 107 milioni di euro nelle casse delle banche creditrici del partito. Ma non è finita: da saldare mancano altri 18 milioni di euro

Lo Stato ha versato 107 milioni di euro nelle casse delle banche creditrici dei Ds.


ome denuncia Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, è toccato ai contribuenti ripianare parte dei debiti colossali del partito. Da saldare alla Sga, società nata dieci anni fa per recuperare i crediti dal crac del Banco di Napoli, mancano altri 18 milioni di euro.
I 107 milioni di euro pubblici sono stati parcheggiati nelle casse delle banche creditrici dei Ds con "riserva". Sul malloppo pende ancora il giudizio di appello. Una legge del 1998 estende la garanzia dello Stato già vigente sui debiti degli organi di partito ai debiti del partito che si faceva carico dell’esposizione del proprio giornale con le banche. "Sembrava una norma scritta su misura per il quotidiano diessino l’Unità - denuncia Rizzo sul Corriere della Sera - tanta generosità era tuttavia condivisa con tutti gli italiani che pagano le tasse. Visto che il partito si accollava i debiti del giornale insieme alla garanzia statale trasferita per legge dal giornale al partito. Che se non avesse pagato lui, avremmo pagato noi". E, nonostamte il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti abbia abbattuto gran parte dei 450 milioni di euro di debiti, adesso gli italiani si trovano a dover mettere mano al portafogli. Nonostante fosse stata approvata pure una legge che consentiva il pagamento dei contributi pubblicianche nel caso di scioglimento anticipato della legislatura (come avvenne nel 2008, quando i Ds partorirono il Pd), sul groppone dello Stato sono rimasti appunto 125 milioni di euro.
Il Pd non ha raccolto l'eredità economica dei Ds e della Margherita, che per tre anni hanno continuato a intascare i fondi statali. "La separazione dei destini economici consentì ai Ds con l’abile regia di Sposetti di blindare il patrimonio immobiliare dell’ex Partito comunista in una cinquantina di fondazioni indipendenti dal partito centrale perché emanazione delle federazioni provinciali - denuncia Rizzo - ovvero, soggetti giuridici autonomi". Non avendo più immobili da pignorare, le banche hanno chiesto allo Stato di sborsare i 125 milioni di euro. "Il debitore è morto - diceva Sposetti, attualmente senatore del Pd e presidente della Fondazione Ds, ai microfoni di Report - se il debitore muore, che succede? Ci sono le norme e in questo caso un magistrato civile ha detto 'guarda, signor Stato, che devi pagare tu…'". Ovvero i contribuenti.

Salvini, la squadra di governo:

Matteo Salvini lo ripete da tempo che lui è pronto a governare. E' pronto a mandare via Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Ma chi entrerebbe nella sua squadra? Affaritaliani.it ha cercato di capire quali sarebbero i nomi del suo governo. Secondo il sito la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio andrebbe a Giancarlo Giorgetti, l'uomo di cui Salvini si fida di più, la grande "mente" della Lega. Silvio Berlusconi andrebbe agli Esteri. In Via XX Settembre, alla guida del ministero dell'Economia, andrebbe l'economista no-euro Alberto Bagnai. Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega, andrebbe allo Sviluppo Economico. Ma questa poltrona potrebbe accogliere anche Armando Siri, padre della flat tax italiana al 15% e consigliere economico di Salvini.
Giorgia Meloni andrebbe al ministero dell'Interno. Alla Difesa Tony Iwobi, italo-nigeriano e responsabile immigrazione e sicurezza della Lega. Un altro leghista, Gian Marco Centinaio ai Beni Culturali. A Fratelli d'Italia anche il ministero delle Politiche Ue  con il preparatissimo Carlo Fidanza, ex europarlamentare. Per quanto riguarda Forza Italia, Maria Stella Gelmini potrebbe tornare all'Istruzione, Silvia Sardone alle politiche giovanili e allo Sport. Nella squadra di governo ipotizzata da Affaritaliani.it, il welfare andrebbe al leghista Massimiliano Fedriga, attuale capogruppo alla Camera della Lega. Per la presidenza di Montecitorio, il nome che spunta è quello di Roberto Calderoli

venerdì 6 novembre 2015

Tutti a Bologna - 8 Novembre


Cassano come Scampia, preso il boss



Cassano D'Adda (Milano), 5 novembre 2015 - Viveva in Martesana da anni ma per lui, nato a Torre Annunziata (Na), Cassano era una piccola Scampia. Rapine, spaccio e ricettazione le sue occupazioni giornaliere. Fino a poche ore fa, quando i carabinieri di Cassano l'hanno arrestatodietro ordine di carcerazione del Tribunale di Milano. A San Vittore il 43enne, autentico boss del paese, resterà fino al 2023 (8 anni e 5 mesi) per effetto del cumulo di pene rimediate nel corso di una lunga carriera criminale.


Commenti: Grazie all forze dell'ordine, ma la domanda e' perche' tutti i criminali scelgono Cassano? Forse dobbiamo dire grazie al Sindaco ed alla sua maggioranza!!

venerdì 30 ottobre 2015

Lega Nord Cassano - Comunicato Stampa - Elezioni Sindaco del 2016

Per l’ennesima volta veniamo a sapere dalla stampa che il sig. Savino, eletto in consiglio nella lista Bestetti e subentrato a Sergio Bestetti dovutosi dimettere per via della legge Severino e ripescato dopo la rinuncia di Severino Motta (questi ultimi due in passato espulsi dalla Lega Nord) ha deciso di candidarsi a Sindaco di Cassano con una propria lista civica, dopo che lo stesso era stato “sponsorizzato” in passato da Serafino Generoso.

Lo stesso Savino che a fronte di un nostro passato comunicato stampa aveva affermato di essere disponibile a mettersi in gioco, ma che nell’interesse del centro destra avrebbe ascoltato tutte  forze politiche prima di prendere una decisione.
Ma forse qualche cosa e’ cambiato nel frattempo…
Riteniamo che le fughe in avanti purtroppo facciano male a tutti e che se deve esserci una coalizione questa deve essere frutto di un programma, di idee comuni e perché’ no anche di una empatia che al momento almeno da parte nostra non si è creata.
Non sarà forse come dicono i maligni che per Savino l’unico modo di entrare in Consiglio è di candidarsi a Sindaco e sperare che la sua lista ottenga i voti necessari per lui?
Noi ci confronteremo con tutti, in promo luogo sui programmi. Per il nome del nostro candidato Sindaco lo faremo quando riterremo sia opportuno farlo.

Ma veniamo a le cose importanti, da settimane la Lega Nord di cassano sta lavorando alla stesura del programma che presenteremo ai cittadini e a quelle forze politiche interessate a confrontarsi sulle idee e non solo a fare colpi di mano per avere qualche rendita di posizione.
Lo abbiamo sempre detto e lo ripeteremo fino allo sfinimento, se ci sono le condizioni siamo disponibile a parlare con tutti e a confrontarci su eventuali candidature anche non provenienti dalla nostra forza politica, ma non accettiamo  diktat da nessuno. Il nostro motto resta: “Sempre  meglio soli che male accompagnati”.
Se Savino o altri vogliono parlare noi siamo sempre disponibile, se preferisco usare la stampa sono fatti loro, noi proseguiremo col nostro lavoro quotidiano sul  territorio in difesa di tutti i cittadini e contro ogni lobby o centro di interesse, e come diceva un vecchio adagio, a buon intenditore poche parole.

giovedì 29 ottobre 2015

Cassano, calci, pugni e bastonate per rubare soldi e telefono - IL FAR WEST CONTINUA

Cassano d'Adda (Milano), 29 ottobre 2015 - Pestato a sangue da un giovane connazionale che gli strappa portafoglio e cellulare. L’aggredito, un marocchino di 20 anni, è in ospedale, in prognosi riservata. L’aggressore, un secondo cittadino marocchino di 22 anni, residente nella Bergamasca, è stato arrestato nottetempo dai carabinieri di Cassano d’Adda e si trova già in carcere, con l’accusa di lesioni gravi e rapina. Nel frattempo si indaga sulla possibile matrice dell’aggressione: non si escludono, oltre a quello della rapina, altri possibili retroscena. Il bottino esiguo della rapina, un cellulare e un centinaio di euro in contanti, non giustificherebbero del tutto la violenza del pestaggio, avvenuto peraltro in circostanze in parte da chiarire. Tutto è comunque accaduto l’altro pomeriggio, in una zona isolata appena al di fuori dell’abitato cassanese, verso Fara Gera d’Adda. Stando a quanto la vittima, un marocchino domiciliato a Cassano d’Adda, ha avuto modo di riferire ai militari che lo hanno sentito dopo il ricovero, il suo connazionale l’avrebbe avvicinato e approcciato senza un motivo.
«Non lo conoscevo - avrebbe raccontato - se non di vista. All’improvviso ha iniziato a picchiarmi». Botte da orbi, un’aggressione selvaggia: calci, pugni, forse colpi inferti con una mazza o un oggetto contundente. Poi la fuga con il portafogli e un telefono cellulare rubati al ragazzo, rimasto a terra. Quando il ferito ha chiesto aiuto, le sue condizioni sono apparse subito critiche. I sanitari, all’ospedale di Treviglio dove è ancora ricoverato, hanno scelto di non sciogliere la prognosi, anche per valutare il decorso di una brutta commozione cerebrale che il giovane ha rimediato battendo violentemente la testa sul selciato. Immediatamente i carabinieri di Cassano d’Adda hanno avviato indagine e ricerche, giungendo alla identificazione dell’aggressore, raggiunto in serata e a domicilio.
Nel suo appartamento in provincia di Bergamo, a Casirate d’Adda, i militari non hanno ritrovato il portafogli nè il denaro ma il cellulare rapinato al giovane ricoverato in ospedale. Ai polsi dell’aggressore sono scattate immediatamente le manette. Portato in camera di sicurezza, è stato in nottata trasferito a Milano. Arresto compiuto, ma indagine ancora aperta. Il movente della sola rapina non giustificherebbe, ma sono solo per ora solo ipotesi, il selvaggio accanimento dell’uomo sul connazionale.

Commenti: Grazie alla sinistra per la sensibilita' in tema sicurezza, e per gli "amici" extracomunitari

mercoledì 28 ottobre 2015

CLANDESTINI - Profughi , la beffa delle quote Dall’Italia all’estero solo 90 migranti in un mese

Dovevano essere trasferiti 40 mila rifugiati: finora accolte 525 richieste. Roma ha speso oltre 1 miliardo e ricevuto 310 milioni 



Il piano era chiaro: 40 mila migranti da trasferire in due anni. Eritrei e siriani via dall’Italia per essere ospitati negli Stati dell’Unione Europea che avevano accettato l’agenda messa a punto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker. Un mese dopo la sigla dell’accordo siglato per «alleggerire» la situazione anche in Grecia e Ungheria dopo le migliaia di arrivi dei mesi scorsi, il progetto si rivela quello che in molti temevano: un flop. Per raggiungere il risultato bisognava infatti far partire 80 stranieri al giorno. E invece in un mese soltanto 90 hanno lasciato il nostro Paese: 40 sono andati in Svezia, 50 in Finlandia.

I «nulla osta» sono solo 525

Gli altri rimangono in attesa e a scorrere la lista delle disponibilità rischiano di dover aspettare per mesi, forse per sempre. Perché sono appena 525 le richieste accolte, ma nessuna con effetto immediato. Si materializzano dunque i timori del ministro dell’Interno Angelino Alfano che aveva più volte ribadito la linea del governo: «Apriremo i cinque “hotspot” imposti dalla Ue per effettuare l’identificazione e il fotosegnalamento dei migranti soltanto quando andrà a regime la redistribuzione». E infatti al momento funziona in via sperimentale soltanto Lampedusa, sul resto la partita è aperta. E certamente - soprattutto dopo il chiarimento proveniente proprio da Juncker - il governo farà pesare il proprio impegno nell’accoglienza per ottenere da Bruxelles la maggiore flessibilità possibile nella tenuta dei conti pubblici. Anche tenendo conto che solo per quest’anno i costi hanno superato il miliardo di euro.

Dieci in Germania venti in Francia

Il sistema «Dublinet» è una sorta di cervellone dove vengono inserite le schede di tutti gli stranieri «registrati» e le indicazioni sulle possibili destinazioni. Tutti gli Stati membri sono collegati e gli uffici competenti accedono in tempo reale. In Italia è gestito dal Dipartimento Immigrazione del Viminale diretto dal prefetto Mario Morcone. I richiedenti asilo non possono esprimere preferenza sul Paese dove andare, ma durante il vertice a Bruxelles si era stabilito di tenere conto di eventuali motivi per privilegiare una meta piuttosto che un’altra: presenza di familiari, conoscenza della lingua. Evidentemente anche questo non è stato però sufficiente per convincere i vari governi a concedere il via libera. La Germania - nonostante la cancelliera Angela Merkel avesse addirittura dichiarato pubblicamente di voler accogliere tutti - ha dato disponibilità per dieci posti. Va un po’ meglio con la Spagna: 50 persone. Appena 20 per la Francia. La Svezia ne può prendere 100, la Finlandia ne accetterà 200. Sul resto, buio totale. Tra i Paesi che avevano mostrato apertura, sia pur timida, c’erano Olanda e Portogallo. E invece nulla, al momento hanno comunicato che non possono prendere nessuno.

Tutto fermo sugli «hotspot»

A questo punto bisogna attrezzarsi. Secondo i dati aggiornati al 25 ottobre sono giunti nel nostro Paese 139.770 persone, tra loro 37.495 eritrei e 7.194 siriani. In tutto sono dunque 44.689 gli stranieri tra i quali si sarebbe dovuto scegliere chi far andare altrove. Rispetto allo scorso anno c’è stata una sensibile diminuzione degli sbarchi, pari al 9 per cento, visto che nel 2014 furono 170.100. Molti di loro sono tuttora presenti e distribuiti nelle strutture governative e in quelle temporanee reperite dalle prefetture nelle Regioni utilizzando anche alberghi, residence, campeggi. L’Italia finora ha speso un miliardo e 100 milioni di euro, dall’Europa è previsto che arrivino appena 310 milioni di euro. Una cifra irrisoria, soprattutto tenendo conto che altri soldi dovranno essere stanziati per l’apertura degli altri «hotspot» a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani.

Per ora si è deciso però di fermare tutto. Visti i primi risultati, il governo ha deciso di bloccare l’apertura dei centri di smistamento. Del resto tutti i tentativi, anche recenti, di varare un piano comunque con gli altri Stati sono falliti miseramente e i numeri contenuti nel cervellone «Dublinet» ne sono la prova più evidente. 

Gli altri rimangono in attesa e a scorrere la lista delle disponibilità rischiano di dover aspettare per mesi, forse per sempre. Perché sono appena 525 le richieste accolte, ma nessuna con effetto immediato. Alfano aveva affermato: "Apriremo i cinque “hotspot” imposti dalla Ue per effettuare l’identificazione e il fotosegnalamento dei migranti soltanto quando andrà a regime la redistribuzione". E infatti al momento funziona soltanto Lampedusa. Gli altri non sono operativi. Mentre il governo è sempre più timido con l'Europa, i migranti continuano a restare qui. Un film già visto. Promesse vane di un governo che non sa più cosa fare nell'attesa di una flessibilità da Bruxelles che è come una cambiale: più migranti, più fondi per Roma. L'ennesima beffa.

La Lega Lombarda Informa



lunedì 26 ottobre 2015

SENZA VERGONA, LA SUPPONENZA NON HA MAI LIMITE - Albanese ucciso a Vaprio. La rabbia degli amici: "Chi ha sparato vada in carcere"

Trezzo sull'Adda (Milano), 24 ottobre 2015 - In una cella dietro la porta a vetri dell’Istituto di medicina legale di Milano c’è Gjergi Gjonj, il ladro albanese di 22 anni ucciso da Francesco Sicignano nella sua villetta di Vaprio, martedì notte. Al piano seminterrato, alla spicciolata, scendono amici e parenti dell’immigrato clandestino freddato con un colpo di 38 che l’ha trapassato da parte a parte, entrato dal cuore e uscito dalla schiena. La prima ad arrivare all’obitorio è stata Mirela, la fidanzata trentenne che, non vedendolo rincasare, ha chiesto aiuto ai carabinieri in un crescendo di ansia e preoccupazione, fino all’identificazione. "Il morto era lui", dice fra le lacrime. L’entourage della vittima ha voglia di sfogarsi, ma senza dire il nome. "Non riesco a credere che non ci sia più", mormora uno degli intimi mentre passeggia avanti e indietro dal cancello austero di via Ponzio. Tutto questo "uscire allo scoperto" li imbarazza. Loro, spiegano, sono abituati a stare in disparte.
Sembrano  passati anni luce dalle fotografie postate su Facebook dai due innamorati. Sorridono in gita, a casa, al supermercato. E adesso i compagni di sempre si ritrovano a organizzare un funerale. I genitori di Gjergi sono in Albania, "piangono un figlio", ripete, mesto il corteo. A una trentina di chilometri da dove riposa la salma, c’è la vecchia cascina dove il ragazzo abitava. Alla periferia di Trezzo, alle spalle del Centro sportivo. Preceduta da un viavai di villoni che non farebbero mai sospettare un ventre molle, spunta la tana, un girone infernale angusto e fatiscente, dominato dall’accento dell’Est.
Nella corte su una stradina secondaria ci sono parcheggiate delle auto. Al secondo piano, in cima a una scala pericolante, un corridoio con due file di porte, una di fronte all’altra. Dietro a una di queste ricompare Mirela. Bionda, distrutta ma energica. Tuta da ginnastica e coda di cavallo, in mano una foto di Gjergi. Le parole sono aspre e piene di dolore. "L’hanno ammazzato". Non fa in tempo ad aggiungere altro: il cugino della vittima la richiama all’ordine. "Il signore che saluta dal balcone mentre la folla applaude sa cosa è successo. Una vita è una vita", ripete come un mantra. "Quell’uomo ha un figlio più grande di Gjergi. Ci auguriamo che vada in galera".
"Siamo la sua famiglia, non si può uccidere così un ragazzo di 22 anni. Aveva tutta la vita davanti". La rabbia ha il sopravvento quando il pensiero corre "al vostro compaesano". Che la nazionalità del ladro faccia la differenza qui è una certezza. "Se il morto fosse italiano, sarebbe tutto diverso", aggiunge un amico. "E non dite che non è vero". La vecchia casa di corte è al centro delle indagini, concentrate sulla ricerca dei complici di Gjonj. Anche loro fanno parte della grande famiglia allargata. Ieri nell’abitazione di Trezzo c’erano una decina di giovani fra i 20 e i 30 anni.

venerdì 23 ottobre 2015

Vaprio, Salvini: «La proprietà privata è sacra. Se la legge è sbagliata, giusto disubbidire»


22 OTTOBRE

http://video.corriere.it/vaprio-salvini-la-proprieta-privata-sacra-se-legge-sbagliata-giusto-disubbidire/00d657d6-78e1-11e5-95d8-a1e2a86e0e17


È «Giusto disubbidire alla legge se la legge è sbagliata». Così risponde Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, a chi gli chiede del reato di eccesso colposo di legittima difesa, a margine di una manifestazione davanti al Tribunale di Milano a sostegno del pensionato di Vaprio D’Adda che, nella notte tra lunedì e martedì, ha sparato ad un giovane che tentava di entrare in casa sua


Gianluca Buonanno, a Borgosesia il manifesto bilingue in italiano e arabo: "Se non rispettate le nostre regole, a casa"